Il golpe che non vedrete

Oggi un uomo ha quotato in Borsa l'equivalente del PIL spagnolo, tenendosi l'82% dei voti. Nessun carro armato per le strade. Non servono più.

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Stamattina, mentre scrivo, al Nasdaq sta debuttando SpaceX. Ticker SPCX, 135 dollari per azione, valutazione attorno ai 1.770 miliardi di dollari. È la più grande offerta pubblica iniziale della storia: 75 miliardi raccolti, più del doppio del record che Saudi Aramco, cioè un petrostato, aveva fissato nel 2019. Elon Musk, dopo l'offerta, conserverà oltre l'82% dei diritti di voto. Il mercato compra, lui comanda. A febbraio, prima di quotarsi, ha fuso dentro SpaceX anche xAI, la sua società di intelligenza artificiale: razzi, diecimila satelliti e un modello linguistico sotto il controllo di una sola persona, che nel frattempo Forbes accredita di un patrimonio di 839 miliardi di dollari. Il primo essere umano sopra gli ottocento, in rotta dichiarata verso il primo trilione.

Ho passato gli anni del Cesare Alfieri a studiare la sovranità come attributo degli Stati. Mi avevano insegnato che si misurava in territorio, popolazione, monopolio della forza. Nessuno mi aveva detto che un giorno l'avrei vista quotata su un listino, con tanto di lock-up period.

Fermiamoci sui numeri, perché la scala è il punto. SpaceX, al prezzo di collocamento, vale all'incirca il prodotto interno lordo della Spagna o dell'Australia, e poco più di metà del debito pubblico italiano. Nvidia, la più grande azienda del mondo, capitalizza intorno ai cinquemila miliardi: più del PIL della Germania, più di quello del Giappone. Esistono oggi sul pianeta esattamente due economie nazionali più grandi di un produttore di chip di Santa Clara: gli Stati Uniti e la Cina. Lo so, capitalizzazione e PIL non sono grandezze omogenee (una è uno stock, l'altra un flusso) e il paragone vale come misura di scala, non come equivalenza contabile. Ma la scala, appunto, è il punto. Le cinque maggiori società tecnologiche americane hanno speso in infrastrutture, nel solo primo trimestre del 2026, 130 miliardi di dollari: tre volte il Progetto Manhattan a prezzi attuali. Per fine anno arriveranno a settecento miliardi, quanto il governo federale spende per Medicare.

E qui sta la tesi che vorrei provare a sostenere, da disincantato quale sono diventato: la liberal democrazia non verrà abolita. Verrà aggirata. Il potere del ventunesimo secolo non ha bisogno di sciogliere i parlamenti, gli basta possedere l'infrastruttura da cui i parlamenti dipendono: i satelliti della guerra, il cloud dell'intelligence, le piattaforme del discorso pubblico, i chip dell'intelligenza artificiale. I simboli istituzionali restano al loro posto: le aule, i voti, i tricolori, le commissioni. La sovranità è già altrove.

I satelliti della guerra

Prendiamo il caso più documentato. Nel 2022, durante la controffensiva ucraina, Musk ordinò di spegnere Starlink in alcune zone del fronte mentre le truppe di Kyiv avanzavano verso le posizioni russe: la manovra si disarticolò. Un privato cittadino, con una decisione presa di suo pugno, alterò il corso di una guerra tra Stati. Quattro anni dopo la lezione non è servita. Durante la campagna americana contro l'Iran, i droni kamikaze LUCAS del Pentagono volavano appesi alla connettività Starlink. A quel punto i dirigenti di SpaceX sono andati dai funzionari della Difesa a spiegare che il prezzo era sbagliato: pagavano cinquemila dollari a terminale per un servizio che ne valeva venticinquemila. Il Pentagono ha discusso, protestato, e infine pagato, quasi raddoppiando il costo di ogni drone. Non è corruzione, non è lobbying: è la posizione negoziale di chi possiede l'unica rete esistente. Nei tempi andati si chiamava rendita di monopolio. Quando il cliente è lo Stato e la merce è la guerra, si chiama in un altro modo, che esitiamo ancora a pronunciare.

Il cloud dell'intelligence

Jeff Bezos non possiede satelliti militari in quantità. Possiede qualcosa di più discreto: i server. Amazon Web Services ha un contratto decennale da dieci miliardi con la National Security Agency e partecipa, con Google e Oracle, al programma cloud del Pentagono da nove miliardi. Sotto questa amministrazione, l'ICE, l'agenzia delle deportazioni, ha speso in servizi cloud di Amazon e Microsoft più che in qualunque momento della sua storia. Lo stesso Bezos, nel frattempo, ha vietato al Washington Post, il giornale che possiede, di fare endorsement presidenziali. Il quotidiano che aveva per motto "Democracy Dies in Darkness" ha scelto la penombra, e il proprietario ha continuato a incassare dallo Stato che il suo giornale avrebbe dovuto sorvegliare. Aggiungo un dettaglio per gli amanti del genere: Amazon ha versato l'anno scorso 1,8 miliardi a Blue Origin, l'azienda spaziale dello stesso Bezos, che di Amazon è presidente del consiglio di amministrazione. Gli azionisti hanno sollevato il conflitto d'interessi. Il consiglio ha risposto che va tutto bene.

Le piattaforme del discorso

Mark Zuckerberg ha capito prima di altri che la regolazione non si combatte: si compra a monte. Un milione di dollari al fondo per l'insediamento, il fact-checking smantellato, i programmi di diversità aboliti, un posto nel board al presidente della UFC. In cambio, la Casa Bianca minaccia dazi ai paesi europei che tassano i servizi digitali, e la minaccia è arrivata pochi giorni dopo che Zuckerberg aveva sollevato il tema nello Studio Ovale. Ma l'episodio che meglio fotografa il rapporto di forza è di poche settimane fa. A maggio il presidente aveva pronto un ordine esecutivo sull'intelligenza artificiale, con una finestra di revisione governativa di novanta giorni per i modelli più avanzati. Musk e Zuckerberg lo hanno chiamato al telefono. L'ordine firmato il 2 giugno prevede trenta giorni, su base volontaria. I regolati hanno scritto la regola, e nemmeno si sono presi il disturbo di nasconderlo.

L'architetto

Se Musk è il monopolista e Zuckerberg il negoziatore, Peter Thiel è l'architetto. Palantir, la società che ha fondato con i soldi della CIA tra i primi investitori, prevede per il 2026 ricavi sopra i sette miliardi, in crescita del sessanta per cento, trainati da un contratto decennale da dieci miliardi con l'Esercito e da commesse con l'ICE, inclusa una piattaforma da trenta milioni per identificare gli immigrati irregolari e tracciarne le "auto-deportazioni", parola che da sola meriterebbe un saggio. Anduril, la fabbrica di armi autonome che il suo Founders Fund finanzia dal primo giorno, valeva quattordici miliardi quando questa amministrazione si è insediata: oggi ne vale sessantuno. Quadruplicata in diciotto mesi. Il vicepresidente degli Stati Uniti, JD Vance, è una creatura politica di Thiel, che gli finanziò la corsa al Senato nel 2022, e detiene tuttora quote di Anduril. Non è una rete di influenza: è un organigramma.

L'anomalia che conferma la regola

Per onestà va raccontato anche il caso che complica il quadro. A febbraio Anthropic, una delle grandi società di intelligenza artificiale, ha rifiutato di concedere al Pentagono l'uso illimitato dei propri modelli: voleva nel contratto il divieto esplicito di sorveglianza di massa sui cittadini americani e di armi pienamente autonome. La risposta è arrivata via Truth Social: il presidente ha ordinato a ogni agenzia federale di cessare immediatamente l'uso della sua tecnologia, e il segretario alla Difesa l'ha designata "rischio per la catena di approvvigionamento", un'etichetta riservata, di norma, agli avversari stranieri. Poche ore dopo, OpenAI annunciava il proprio contratto con la Difesa. Si può leggere in due modi, ed entrambi sono inquietanti. Il primo: esiste ancora chi dice no allo Stato, dunque il mercato non è un blocco monolitico. Il secondo, che mi pare più vero: quando un'azienda privata e il governo degli Stati Uniti litigano sui termini di servizio della guerra, la domanda su chi sia sovrano ha già perso il suo significato originario. E lo Stato che punisce il dissenso commerciale come tradimento ha smesso, a sua volta, di comportarsi da liberal democrazia.

I padroni dei padroni

Un'ultima matrioska, per completare il quadro. Sopra gli oligarchi ci sono i gestori: BlackRock, Vanguard e State Street amministrano insieme oltre ventiquattromila miliardi di dollari e risultano il primo azionista dell'88% delle società dell'S&P 500, esprimendo circa un quarto dei voti nelle assemblee. Tre consigli di amministrazione che nessuno ha eletto votano, per conto di milioni di risparmiatori inconsapevoli, su chi guida le aziende che possiedono i satelliti, i server e le piattaforme. La catena di comando della nostra epoca non passa da nessuna urna.

La terza via

Esiste un'alternativa a questo duopolio del calcolo tra Washington e Pechino? Sulla carta sì, e per una volta parla la nostra lingua. Il 12 maggio Arthur Mensch, fondatore di Mistral, l'unica vera azienda europea di frontiera nell'intelligenza artificiale, è andato all'Assemblea Nazionale francese a dire una cosa semplice e terribile: l'Europa ha due anni per evitare di diventare una dipendenza strutturale dell'IA americana. Non parlava di chatbot, parlava di economia industriale: capacità di calcolo, data center, chip, energia, capitali.

Bruxelles, a suo modo, si sta muovendo. Il programma InvestAI punta a mobilitare duecento miliardi di euro, di cui venti pubblici, per costruire fino a cinque "gigafactory" dell'IA: settantasei proposte sono arrivate da sedici Stati membri, Italia inclusa. A gennaio un regolamento del Consiglio le ha incardinate nell'infrastruttura pubblica di supercalcolo europeo, accessibile a startup, ricercatori e pubbliche amministrazioni. E il 3 giugno, nove giorni fa, la Commissione ha adottato il Tech Sovereignty Package, dando per la prima volta una definizione formale di sovranità tecnologica e trattando l'intera filiera, dal chip al software, come un sistema unico.

Il disincanto, però, impone i numeri. Nel 2025 gli Stati Uniti hanno prodotto una quarantina di modelli di fondazione avanzati, la Cina quindici, l'Europa tre. Tre hyperscaler americani gestiscono ancora il 70% dei servizi digitali europei. I venti miliardi pubblici di InvestAI sono quanto le big tech americane spendono in dieci giorni. E ogni supercomputer europeo, ogni futura gigafactory, gira su processori Nvidia, progettati a Santa Clara, costruiti con terre rare cinesi: la nostra autonomia poggia, per ora, su una doppia dipendenza dai due imperi da cui vorrebbe emanciparsi.

Eppure il punto della scommessa europea non è vincere la corsa, perché non la vinceremo. È un'altra cosa, ed è la sola che in questo articolo somigli a una speranza: l'Europa è l'unico attore al mondo che sta provando a costruire l'intelligenza artificiale come infrastruttura pubblica, simile per statuto all'energia o alle ferrovie, sottoposta a istituzioni elette anziché a un consiglio di amministrazione. L'AI Act che a San Francisco deridono come burocrazia è, visto da qui, l'unico esperimento esistente di controllo democratico sulla tecnologia che sta riorganizzando il potere mondiale. Si può arrivare ultimi nella corsa e primi nella sola gara che conta: quella per decidere a chi risponde la macchina. A condizione di correre, però. E la finestra, ci avverte chi la conosce dall'interno, è di due anni.

1965

Il rapporto 2026 del V-Dem Institute di Göteborg, il più grande dataset al mondo sulla democrazia, si intitola, con un punto interrogativo che suona retorico, Unraveling the Democratic Era?. I numeri: quarantaquattro paesi in autocratizzazione attiva, erano dodici nel 2005; il 41% della popolazione mondiale vive in paesi che arretrano; e per la prima volta, sei dei dieci nuovi paesi in regressione sono democrazie occidentali consolidate, tra cui l'Italia, il Regno Unito e gli Stati Uniti, dove il declino procede, scrivono gli autori, a una velocità "senza precedenti nell'epoca moderna". Il livello di democrazia americana è tornato a quello del 1965, l'anno del Voting Rights Act, l'anno in cui gli Stati Uniti, secondo la maggior parte degli studiosi, diventarono davvero una democrazia. Sessant'anni di cammino restituiti in un mandato e mezzo.

Ma il passaggio del rapporto che mi è rimasto addosso è un altro: i regimi non democratici sono diventati sofisticati, tengono elezioni "senza incertezza", il cui esito è noto in anticipo. Si vota, si conta, si proclama. I simboli restano tutti al loro posto.

Ecco, temo che la nostra generazione abbia atteso il colpo di Stato sbagliato. Aspettavamo i carri armati e sono arrivati i termini di servizio. Aspettavamo la censura e ci hanno venduto l'infrastruttura del discorso. Aspettavamo che qualcuno chiudesse i parlamenti, e invece i parlamenti sono ancora lì, aperti, illuminati, fotografabili. Solo che le decisioni che contano si prendono altrove, in stanze dove non si vota ma si prezza. Il mercato senza regole non ha sconfitto la democrazia. L'ha comprata a un multiplo generoso, lasciandoci in mano i simboli. All'Europa resta una finestra stretta per dimostrare che un'altra strada esiste: che l'infrastruttura del nostro secolo possa rispondere a chi vota e non a chi possiede. Due anni, dicono. Conoscendoci, li passeremo a discutere del regolamento. Ma sarebbe la prima volta, nella storia di questo arretramento, che i simboli tornano a essere strumenti. Varrebbe la pena provarci.