Abitare l’Europa a ventitré anni
Sentirsi europei non significa sentirsi meno italiani, significa riconoscere che una parte della nostra identità, della nostra libertà e del nostro futuro esiste ormai su una scala più grande di quella nazionale.
Negli ultimi due anni ho imparato e reimparato che esistono vari modi di sentirsi a casa. A volte casa sono le persone che conosci, una lingua che sai parlare, una città in cui sai come muoverti. Altre volte però è qualcosa di meno visibile, la sensazione di appartenere allo stesso spazio anche quando cambiano le strade, gli accenti e le abitudini.
Durante il mio master durato due anni ho avuto la possibilità di vivere in tre città diverse, Londra, Madrid e Parigi, lontana da quella che fino a prima di iniziare reputavo essere l’unica “casa”. Adesso che questo percorso è finito posso dire con certezza che la frase “leaving home to go home will forever be the weirdest feeling” è stata per me, più che vera. Ogni volta lasciavo l’Italia nostalgica di andare via da casa e allo stesso tempo emozionata di star andando a casa, una casa che mi ero costruita da sola. Ripensandoci, passare da un paese all’altro, è stato come attraversare stanze diverse di uno stesso luogo. Non perché quelle stanze fossero uguali: alcune risultavano più familiari, altre richiedevano uno sforzo maggiore per essere comprese. Ciò che le univa non era l’assenza di differenze, ma la possibilità di attraversarle senza che ogni spostamento rappresentasse una vera separazione.
Forse è proprio questa la forma più concreta dell’identità europea. Non un’identità che sostituisce quella nazionale, né una cultura uniforme che cancella le particolarità dei singoli Paesi, ma un’appartenenza capace di contenerle tutte.
L’Europa nella quale oggi attraversiamo le frontiere per studiare è nata in un continente nel quale quelle stesse frontiere erano state attraversate dagli eserciti. Nel 1950, a soli cinque anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, Robert Schuman propose di mettere in comune la produzione di carbone e acciaio. Non era soltanto un accordo economico: significava condividere le risorse necessarie a fare la guerra, rendendo così un nuovo conflitto tra Francia e Germania materialmente più difficile. L’Italia fu uno dei sei Paesi fondatori della Comunità europea del carbone e dell’acciaio. L’Europa, dunque, non è un progetto al quale l’Italia si è aggiunta successivamente, né una struttura estranea dalla quale ricevere indicazioni, concessioni o limitazioni: è una costruzione alla quale il nostro Paese ha contribuito fin dalle sue fondamenta.
L’Europa non riduce il peso dell’Italia, permette all’Italia di avere una rilevanza che da sola, nel mondo contemporaneo, difficilmente conserverebbe. Nello scenario internazionale odierno siamo circondati da grandi potenze e per questo la partecipazione a un progetto comune non rappresenta una minore sovranità ma anzi l’unico modo per poter continuare a esercitarla.
La mia esperienza londinese mi ha permesso, paradossalmente, di percepire con chiarezza il valore di questa appartenenza. Londra è europea in ogni senso che precede e supera le istituzioni: lo è geograficamente, storicamente e culturalmente. La sua storia è inseparabile da quella del continente. Eppure proprio nella quotidianità, emergeva una distanza diversa. Non erano le dichiarazioni politiche a farla percepire quanto più le procedure, le possibilità, i documenti necessari e le conversazioni sul lavoro e sul futuro. Piccole differenze capaci di ricordare che quella continuità culturale non coincideva più con la stessa appartenenza politica. Pur restando profondamente europea, Londra sembrava guardare il continente da una posizione leggermente più lontana.Quella distanza non cancellava i legami, ma li rendeva improvvisamente visibili.
Nella geopolitica, così come nella vita, quando compare una distanza ci accorgiamo dell’esistenza di tutto ciò che prima consideravamo naturale.
La mia generazione è cresciuta dando per scontata la possibilità di attraversare una frontiera, studiare all’estero, costruire amicizie internazionali, innamorarsi e immaginare il proprio futuro, professionale e non, in un luogo diverso da quello di origine. Le generazioni che fondarono l’Europa sapevano invece da cosa stavano cercando di fuggire. Avevano conosciuto la guerra e le frontiere non rappresentavano semplici confini geografici ma linee lungo le quali si combatteva e moriva.
Sentirsi europei oggi significa aver consapevolezza di ciò che abbiamo ricevuto, non per celebrare in modo acritico o ignorando i limiti dell’Unione Europea ma per comprendere che le sue imperfezioni non rendono meno prezioso il principio per cui è stata costruita. L’Europa non è un traguardo raggiunto una volta per tutte, è una scelta politica e culturale che ogni generazione è chiamata a rinnovare per far si che lo spazio che ora ci unisce non torni a separaraci lentamente.