L'ESTREMO AL CENTRO. TUCKER CARLSON E LA FINE DEL MODERATISMO AMERICANO

A novanta giorni dal voto di midterm il discorso di Trucker Carlson certifica qualcosa che va oltre la crisi del trumpismo: la logica del pluralismo polarizzato descritta da Sartori

Il decalogo di "It's Time to Save America" non è solo la rottura di un ex alleato di Trump: è la fotografia di un sistema che ha smarrito il proprio centro di gravità

Giovanni Sartori aveva dato un nome preciso a ciò che accade quando un sistema politico smette di competere al centro e comincia a competere ai margini: pluralismo polarizzato. Non è la semplice presenza di partiti estremi, che ogni democrazia tollera fisiologicamente. È qualcosa di più insidioso: la comparsa di una dinamica centrifuga in cui il consenso non si vince più spostandosi verso l'elettore mediano, ma radicalizzandosi, perché è ai margini o poli che si trova l'energia elettorale e la credibilità antisistema. Quando questo accade, gli attori moderati perdono la capacità di fare da perno, la competizione si sposta su chi riesce a delegittimare più efficacemente l'avversario, e il sistema intero scivola verso l'ingovernabilità, quand'anche verso continue risse verbali tra i contendenti politici e risse fisiche tra i meno "educati".

Il discorso di due ore che Tucker Carlson ha pubblicato il 5 agosto, "It's Time to Save America", accompagnato da un manifesto in dieci punti, è un caso di scuola. Non tanto per il suo contenuto, spesso incoerente e volutamente indistinto tra fatti verificabili e insinuazione, quanto per la posizione che occupa nello spazio politico americano. Carlson, che il pubblico europeo forse ricorda ancora come il volto più patinato di Fox News prima del suo licenziamento nel 2023, oggi vive di un ecosistema mediatico indipendente, finanziato da inserzioni che legge lui stesso in diretta. Da quella posizione ha costruito un pubblico enorme e una piattaforma da cui, negli ultimi mesi, ha condotto una rottura sempre più esplicita con Donald Trump, arrivando a annunciare l'intenzione di contribuire alla nascita di un terzo partito.

Ciò che colpisce, leggendo il decalogo (giusta, sovrana, produttiva, bella, sana, onesta, ottimista, saggia, decente, unita), non è la novità delle singole rivendicazioni. È la loro origine composita. Carlson prende in prestito il lessico della sinistra economica, la "classe Epstein" è un'espressione coniata dal democratico Ro Khanna, per costruire un'accusa di cattura oligarchica; prende il catastrofismo sull'IA dai laboratori stessi che la sviluppano, capovolgendolo in un atto d'accusa populista contro chi la produce; prende il linguaggio isolazionista del vecchio paleoconservatorismo di Pat Buchanan per rompere con l'interventismo del secondo mandato Trump. Il risultato è un ircocervo ideologico che si tiene insieme non per coerenza dottrinale, ma per la sola forza centrifuga della delegittimazione: i due partiti, dice Carlson, sono "identici" su guerra, bilancio e fisco, quindi illegittimi entrambi.

Il quadro sartoriano rende qui il suo servizio migliore. Perché la simmetria non è casuale. Anche nel campo democratico, il centro moderato che per decenni aveva garantito l'alternanza ordinata si è progressivamente svuotato. La vittoria di Zohran Mamdani a New York, la guerra generazionale scatenata dal ritiro di Nancy Pelosi, la crescente insofferenza verso una leadership che il proprio elettorato più giovane considera ostaggio di una gerontocrazia miope: sono episodi diversi da quelli che agitano la destra trumpiana, ma nascono dalla stessa logica di erosione del centro. Non sto suggerendo un'equivalenza di merito tra le posizioni, il complotto sull'11 settembre che Carlson lascia aleggiare non ha equivalenti di serietà epistemica nel dibattito democratico odierno. Sto indicando una equivalenza strutturale: quando il centro si svuota, entrambi i poli iniziano a competere sulla stessa merce, ovvero su chi meglio incarna il rigetto del sistema, e il linguaggio della delegittimazione reciproca diventa la lingua franca della politica, a prescindere dal contenuto ideologico che veicola.

Sartori metteva in guardia da un secondo effetto, meno visibile ma più corrosivo: la moltiplicazione degli attori rilevanti in un sistema polarizzato non produce più rappresentanza, produce più ingovernabilità. Il paradosso che circonda oggi il progetto di Carlson lo dimostra bene. Un terzo partito costruito sul rigetto del bipartitismo non avrebbe la forza di governare da solo, ma avrebbe quella di spaccare il voto conservatore e consegnare la maggioranza ai democratici già a partire da novembre, esattamente l'esito che i suoi stessi elettori temono di più. È il classico effetto di un'opposizione irresponsabile secondo la tassonomia sartoriana: mira alla purezza ideologica piuttosto che alla capacità di coalizione, e nel farlo indebolisce proprio il campo che dice di voler salvare. Non è un caso che il precedente più prossimo, il tentativo di Elon Musk di lanciare un'America Party nel 2025, si sia arenato quasi subito, riassorbito dalla logica bipolare che il sistema elettorale americano impone strutturalmente.

Il decalogo di Carlson non propone un programma di governo. Propone un'identità. Ed è necessaria un'obiezione, prima di chiudere il ragionamento, perché altrimenti resterebbe ingenuo. Dire che la politica passa dall'offrire soluzioni all'offrire appartenenze rischia di suonare come una scoperta banale: ogni ideologia, dal liberalismo al socialismo, ha sempre offerto appartenenza, non solo tecnica di governo. Anche il fascismo e il comunismo erano, prima ancora che programmi economici, comunità di senso. Se il criterio fosse solo questo, qualunque politica organizzata intorno a un'identità condivisa finirebbe sotto accusa, compreso il patriottismo costituzionale delle stesse democrazie liberali.

Il punto non è dunque l'appartenenza in sé. È a cosa quella appartenenza chiede di rinunciare. Juan Linz, nel suo lavoro classico sul crollo dei regimi democratici, distingueva le opposizioni leali da quelle semi-leali e disleali proprio su questo crinale: non sul contenuto ideologico, ma sulla disponibilità ad accettare le regole del gioco anche quando si perde, a riconoscere la legittimità dell'avversario a governare, a non delegittimare in blocco le istituzioni che arbitrano il conflitto. Un'ideologia può essere radicale, persino sgradevole, e restare dentro questo perimetro. Diventa pericolosa per il sistema quando comincia a trattare come illegittime non le posizioni altrui, ma le regole stesse.

Ed è precisamente qui che il discorso di Carlson smette di essere semplice dissenso interno al trumpismo e comincia a mostrare i tratti classici del linguaggio antisistema. Non nel merito delle singole rivendicazioni, molte delle quali, la trasparenza sulla classificazione, la critica alla finanziarizzazione, la denuncia della cattura lobbistica, sarebbero legittime in qualunque dibattito democratico. Ma nella cornice che le contiene: due partiti dichiarati "identici" e dunque entrambi illegittimi in blocco, l'insinuazione sull'11 settembre che mina la fiducia nelle istituzioni informative dello Stato, la retorica apocalittica di guerra nucleare ed estinzione algoritmica che trasforma ogni compromesso ordinario in un atto suicida. E soprattutto quel passaggio, colto con precisione dal commento del Grand Continent, in cui Carlson ammette che l'identità nazionale che propone non è "organica" ma va "creata". È lo stesso gesto costruttivista con cui le ideologie totalitarie del Novecento si sono proposte di forgiare un popolo nuovo, purificato dalle divisioni che la politica liberale considera invece fisiologiche.

Non è ancora fascismo, e sarebbe un errore analitico oltre che storico dirlo: mancano l'apparato di partito, la presa dello Stato, la soppressione fisica del pluralismo. Ma la grammatica retorica comincia a somigliargli: il nemico interno che tiene insieme gruppi altrimenti incompatibili, l'appello a una purezza perduta da recuperare, l'insofferenza per le procedure in nome di una verità che si dice evidente a chiunque abbia, per usare le sue parole, "gli occhi aperti". È l'ultimo stadio del pluralismo polarizzato secondo Sartori: quello in cui la competizione centrifuga smette di essere solo elettorale e comincia a intaccare il consenso sulle regole della convivenza democratica. È una soglia, non ancora un baratro. Ma è una soglia che vale la pena indicare, proprio ora che la si sta attraversando.