Globalismo: definire un nemico, senza metterlo a fuoco
Una parola che attraversa destre radicali e sinistra anticapitalista senza mai fermarsi a definirsi. La genealogia del "globalismo", dall'isolazionismo americano degli anni Quaranta alle cospirazioni di oggi.
Da Trump a Orbán, da Wagenknecht al rossobrunismo: come una parola vaga è diventata l'arma retorica preferita degli estremi contro il centro
C'è una parola che negli ultimi dieci anni ha attraversato ogni destra radicale del pianeta, da Washington a Buenos Aires passando per Roma, Budapest e Parigi, senza mai fermarsi troppo a lungo a spiegare cosa significhi davvero. È "globalismo", ed è precisamente la sua vaghezza a renderla così efficace: non descrive un fenomeno, designa un nemico.
Ma il dato più interessante, quello che vale la pena isolare subito, è che questa parola non appartiene solo alla destra. La sinistra radicale l'ha usata a sua volta, spesso con bersagli molto simili. Sahra Wagenknecht, figura storica della sinistra tedesca prima in Die Linke e poi fondatrice del suo movimento BSW, ha intitolato un intero libro contro quella che chiama la "sinistra alla moda", accusata di aver abbracciato i dogmi del cosmopolitismo, del globalismo, dell'europeismo, del multiculturalismo. In Italia e altrove, gli osservatori più attenti hanno documentato con cautela quello che chiamano "rossobrunismo": piccoli ma non irrilevanti segmenti che dalla critica di sinistra al capitalismo finanziario scivolano verso alleanze con il sovranismo di destra, proprio attraverso il rigetto condiviso del "globalismo neoliberale".
Non è un dettaglio curioso, è la conferma più netta della tesi di questo pezzo. Quando Giovanni Sartori descriveva il pluralismo polarizzato, il sistema in cui la competizione si sposta dal centro verso i margini, indicava esattamente questa dinamica: gli estremi smettono di combattersi sui contenuti e cominciano a riconoscersi in un nemico comune, indipendentemente da dove parta la loro traiettoria ideologica. "Globalismo" è forse l'esempio più puro di questa convergenza: una parola capace di funzionare identica sia che la pronunci un ministro sovranista sia che la pronunci un'ex leader comunista, perché in entrambi i casi serve allo stesso scopo, non spiegare il mondo, ma nominare in maniera opportunistica, dunque cambiando obiettivo con estrema naturalezza, chi si vorrebbe scacciare ed a volte non solo.
Vale la pena ricostruirne la genealogia, perché rivela qualcosa che riguarda direttamente il dibattito europeo di questi mesi, quello sulla metafora della casa di riposo dell'Ambasciatore Sequi, sul centro che si svuota secondo il Prof. Sartori, sulla competitività che Draghi chiede e che l'Unione fatica a trovare. Il globalismo, come vedremo, non è mai stato un'analisi. È sempre stato un'arma retorica.
Un insulto isolazionista rispolverato
Donald Trump non ha inventato nulla, quando durante la campagna del 2016 ha iniziato a martellare sui termini "globalismo" e "globalisti", opponendo l'americanismo al "globalismo corrotto" di Hillary Clinton, e poi, da presidente, respingendo dal podio delle Nazioni Unite l'"ideologia del globalismo" in nome della "dottrina del patriottismo". L'uso spregiativo del termine circolava da decenni su entrambe le sponde dell'Atlantico. Negli Stati Uniti della Seconda guerra mondiale, i settori isolazionisti del Partito repubblicano lo usavano già contro Franklin D. Roosevelt: nel 1943 la deputata Clare Boothe Luce derideva alla Camera il "globaloney" del vicepresidente Henry Wallace. Era l'epoca in cui l'isolazionismo, non il globalismo, era la vera bussola delle élite di Washington, fino a Pearl Harbor.
Nel ventunesimo secolo sono stati attivisti e propagandisti di estrema destra a riportare il concetto al centro del dibattito, comodo strumento per costruire un'opposizione manichea tra un "noi" e un "loro" sullo sfondo della recessione e degli sconvolgimenti culturali. Steve Bannon, prima di diventare stratega della campagna Trump del 2016, ha costruito un intero discorso nazionalista contrapponendo il capitalismo produttivo a quello speculativo attribuito alle "élite globaliste". Alex Jones, dal canto suo, è arrivato a definire il globalismo un "sistema di controllo panottico digitale mondiale". Prima ancora, però, negli anni Novanta, il termine aveva avuto una vita accademica ben più sobria: il sociologo Ulrich Beck distingueva la globalizzazione, processo economico, dal globalismo, l'ideologia che vuole il mercato mondiale sostituire l'azione politica. È solo dopo la crisi finanziaria del 2008, quando la globalizzazione ha smesso di apparire un processo naturale e benefico, che le destre radicali se ne sono appropriate per incanalare il risentimento.
L'internazionale che parla la stessa lingua
Ciò che colpisce, ed è la parte che riguarda più da vicino l'Europa, è quanto questo linguaggio sia diventato un vero e proprio esperanto delle destre illiberali. Viktor Orbán lo usa dal suo ritorno al potere nel 2010, e nel 2018 riprendeva quasi alla lettera le parole di Trump alle Nazioni Unite: "Rifiutiamo l'ideologia del globalismo e sosteniamo al suo posto la cultura del patriottismo". In un discorso del 2016 parlava già di "poteri mondiali occulti e senza volto", con un riferimento neppure troppo velato a George Soros, filantropo ebreo-americano di origine ungherese: il classico dog whistle, il fischietto per cani della politica, che richiama senza nominarla la vecchia narrazione della cospirazione ebraica mondiale.
In Italia, le "Tesi di Trieste" di Fratelli d'Italia, documento programmatico del 2017, denunciano il "globalismo senza regole sostenuto dalle multinazionali e dalla grande finanza con la complicità dell'Unione europea", contrapponendo patriottismo e ritorno alla tradizione a quella che chiamano "globalizzazione selvaggia". In Francia, Marine Le Pen oppone i "patrioti" al "mondialismo", che descrive come un progetto totalitario a due facce, una finanziaria e una jihadista. In Spagna, l'intera Agenda España di Vox è scritta contro le "agende globaliste" accusate di voler distruggere le classi medie e la sovranità nazionale. In Brasile, l'ex ministro degli Esteri di Bolsonaro, Ernesto Araújo, ha definito il globalismo "una configurazione attuale del marxismo". In Argentina, Javier Milei ha portato lo stesso linguaggio al Palazzo di Vetro, descrivendo l'ONU come un modello di governo sovranazionale di burocrati che impongono uno stile di vita ai cittadini del mondo.
Non è un caso che le fondamenta intellettuali di questa internazionale siano condivise. Il national-conservatorismo di Yoram Hazony inserisce il rifiuto del globalismo al secondo punto della propria dichiarazione di principi. E c'è un dettaglio che dovrebbe far riflettere chiunque segua il dibattito europeo con onestà intellettuale: l'interpretazione di Hazony, secondo cui il globalismo sarebbe il progetto imperiale con cui l'Occidente ha imposto dopo il 1945 un regime mondiale fondato su diritti umani presuntamente universali, è sorprendentemente vicina a quella che il teorico russo Aleksandr Dugin sviluppa nei suoi scritti di geopolitica eurasiatista. Due tradizioni intellettuali che si presentano come rivali, l'occidentalismo conservatore americano e l'antioccidentalismo russo, convergono sullo stesso bersaglio.
Dalla parola alla cospirazione
Il passo successivo, quello dal globalismo come critica ideologica al globalismo come cospirazione vera e propria, è stato compiuto pubblicamente anche in Italia: nel maggio di quest'anno, il presidente della Heritage Foundation, Kevin Roberts, ha definito dal Parlamento italiano il globalismo "una cospirazione" e "un'oligarchia egoista e infame". È lo stesso passaggio che porta dritto al "Nuovo ordine mondiale", una delle teorie del complotto più resistenti dell'epoca contemporanea, le cui origini risalgono al falso russo dei Protocolli dei Savi di Sion del 1903, e che durante la pandemia si è saldata alla teoria del "Grande Reset", secondo cui il Forum economico mondiale avrebbe usato il Covid per instaurare un regime globale totalitario.
Non è un dettaglio marginale. È il punto di arrivo di un percorso che comincia con un'accusa vaga alle "élite" e finisce, sistematicamente, per scivolare verso l'antisemitismo codificato. Come i riferimenti ossessivi a Soros dimostrano da Orbán a Farage, l'antisemitismo affiora quasi automaticamente ogni volta che si evoca una cospirazione globalista, anche quando nessuno lo dice esplicitamente.
Una parola-arma, non una diagnosi
Il globalismo, in definitiva, è un termine-contenitore dall'alto potenziale cospirazionista: un'ideologia vaghissima, incarnata da gruppi di potere transnazionali onnipotenti e mai davvero definiti, che si adatta a qualunque contesto e che può significare tutto e il contrario di tutto, dalle delocalizzazioni industriali all'immigrazione, dalle politiche ambientali al multilateralismo.
Quello che colpisce, alla fine di questo percorso, non è tanto la varietà dei bersagli quanto l'uniformità dello strumento. Che parli un ex consigliere di Trump, un ministro brasiliano o un deputato ungherese, il meccanismo retorico è identico: si prende un fenomeno reale, complesso, spesso legittimamente criticabile, quale la finanziarizzazione dell'economia, la perdita di sovranità democratica, gli squilibri della globalizzazione commerciale, e lo si comprime in un soggetto unico, occulto e ostile. Non serve più argomentare i singoli problemi. Basta nominare il nemico, e il nemico farà il resto del lavoro retorico.
È proprio questa economia del linguaggio a renderlo così esportabile. Non richiede coerenza dottrinale, non richiede nemmeno che i suoi utilizzatori concordino su cosa sia davvero il globalismo, purché tutti concordino sul fatto che vada respinto. Ed è forse questo il dato più scomodo per chi, in Europa, continua a rispondere a queste narrazioni con la sola arma dei dati e delle smentite fattuali: contro una parola che non pretende di essere vera, ma solo di essere efficace, la confutazione tecnica raramente basta.