Il mondo che ci hanno lasciato
Ho studiato relazioni internazionali. Ho letto Brzezinski, Mearsheimer, Kissinger. Mi hanno insegnato che il Medio Oriente era un sistema caotico ma prevedibile, un puzzle con pezzi fissi, tenuto insieme dalla gravità americana.
Quel sistema non esiste più.
Quello a cui stiamo assistendo non è una crisi. È una ristrutturazione. E l'Europa, come al solito, la guarda da fuori, sperando che qualcuno le spieghi cosa sta succedendo.
L'Iran che non c'è più
Per trent'anni Teheran ha costruito una strategia di potenza indiretta: Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza, gli Houthi in Yemen, le milizie sciite in Iraq e Siria. Una rete di proxy che proiettava influenza senza esporre direttamente lo Stato.
Quella rete è stata smantellata. Non tutta, non ovunque, ma nelle sue articolazioni più visibili e simbolicamente rilevanti. Hezbollah ha subito colpi che nessuno avrebbe immaginato possibili due anni fa. Hamas è stata ridotta militarmente a Gaza. La catena di comando che collegava Teheran alle sue avanguardie è stata interrotta in più punti.
L'Iran resta una potenza regionale. Ma il modello che aveva costruito, quella deterrenza per interposta persona, è stato messo seriamente in discussione. E Teheran non ha ancora trovato una risposta convincente.
Netanyahu e la guerra permanente
Benjamin Netanyahu ha trasformato la sopravvivenza politica in dottrina strategica. La guerra gli serve. Non nel senso banale che ne trae vantaggio elettorale, ma nel senso più profondo che è l'unica condizione nella quale il suo governo regge.
La coalizione che guida è tenuta insieme dall'emergenza. Smettere di combattere significherebbe tornare alla politica normale, con tutte le sue contraddizioni: i processi, i partner di governo ingestibili, un paese spaccato in due su tutto. La guerra sospende quella resa dei conti.
Questo non significa che Israele non abbia obiettivi militari reali. Li ha. Ma la tempistica, l'intensità e soprattutto la resistenza a qualunque cessate il fuoco duraturo si spiegano anche con questa logica interna. È una guerra che qualcuno, al vertice, non ha interesse a finire.
Trump e il vuoto americano
Donald Trump non ha una politica estera. Ha istinti, umori e transazioni. E nel Medio Oriente questi istinti producono effetti reali, anche se non intenzionali.
Il ritiro dall'accordo sul nucleare iraniano nel 2018, la massima pressione su Teheran, il supporto incondizionato a Israele: tutto questo ha contribuito a creare le condizioni del presente. Non come piano coerente, ma come sequenza di mosse che hanno spostato equilibri senza costruirne di nuovi.
L'America sotto Trump non è isolazionista nel senso classico. Interviene, vende armi, minaccia. Ma non garantisce più ordine. Non costruisce istituzioni. Non offre una visione di lungo periodo che altri possano seguire o contestare. Lascia un vuoto che altri riempiono, Cina in testa.
La Cina che aspetta
Pechino guarda. E mentre guarda, lavora. Ha mediato l'accordo tra Arabia Saudita e Iran nel 2023. Mantiene relazioni economiche con tutti gli attori regionali. Non prende posizioni nette che la espongano, ma accumula presenza e credibilità.
La Cina non vuole destabilizzare il Medio Oriente. Ne importa petrolio, ne esporta merci, ci ha investito miliardi. Ma è perfettamente disponibile a raccogliere i frutti del disordine americano senza sporcarsi le mani.
È una strategia paziente, quasi confuciana. Mentre Washington oscilla e Mosca brucia risorse in Ucraina, Pechino costruisce posizioni.
E la domanda che mi faccio è una sola
Sono europeo. Ho studiato alla Cesare Alfieri di Firenze, una facoltà con una buona tradizione, dove hanno insegnato Giovanni Sartori e Mario Draghi. E la domanda che mi faccio è una sola: dove siamo noi in tutto questo?
La risposta è scomoda. Siamo spettatori con interessi diretti e capacità di influenza limitate. Dipendiamo dall'ombrello di sicurezza americano, che si sta restringendo. Importiamo energia da una regione in fiamme. Subiamo i flussi migratori che le crisi generano. E non abbiamo una politica estera comune degna di questo nome.
Non è un problema di volontà politica astratta. È un problema strutturale: ventisei paesi con interessi divergenti, nessuno dei quali è disposto a cedere sovranità in materia di sicurezza, tutti convinti che il problema si risolverà da solo o che qualcun altro se ne occuperà.
Non si risolverà da solo. E qualcun altro se ne sta occupando: la Cina, la Russia nella misura in cui può ancora permetterselo, la Turchia, le monarchie del Golfo. Tutti stanno giocando una partita in un Medio Oriente ridisegnato. Noi stiamo guardando il tabellone.
Il mondo che ci hanno lasciato, quello dell'ordine liberale americano, della deterrenza estesa, della stabilità garantita dall'esterno, non c'è più. Non tornerà, almeno non nella forma che conoscevamo.
La questione è cosa costruiamo al suo posto. E se siamo disposti a farlo prima che qualcun altro lo faccia per noi. L'Ucraina ci ha ricordato che la guerra in Europa non è un'ipotesi accademica. I baltici vivono con questa consapevolezza ogni giorno. La vicenda della Groenlandia ha mostrato che persino i confini che pensavamo stabili possono tornare in discussione.
Il conto è arrivato.