Israele e il partito della guerra senza fine

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C’è una domanda che circola da mesi nei corridoi della diplomazia internazionale: perché Israele non si ferma? La risposta ufficiale parla di sicurezza, di deterrenza, di Hamas da eliminare. La risposta reale è più scomoda: perché fermarsi significherebbe far cadere il governo.

Benjamin Netanyahu, tre decenni di potere, processi penali aperti, istinto di sopravvivenza politica affinato fino all’ossessione, governa oggi grazie a una coalizione che non ha mai voluto la pace. Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich non sono alleati incidentali: sono i padroni di casa. Senza di loro, il governo cade. Con loro, ogni cessate il fuoco diventa un tradimento, ogni trattativa un atto di debolezza, ogni concessione una resa.

Ben Gvir vuole la Grande Israele. Smotrich vuole la Cisgiordania annessa. Entrambi vogliono che la guerra continui, perché la guerra è il loro habitat naturale, la condizione che li rende indispensabili.

Netanyahu lo sa. E sceglie di restare.

Il risultato è un paese ostaggio di una logica che non ha uscita: ogni escalation rafforza la coalizione, ogni proposta di pace la indebolisce. La guerra non è un mezzo. È diventata il fine.

Il resto del mondo, Washington, Bruxelles, il Medio Oriente arabo, assiste a questo meccanismo e continua a trattare con Netanyahu come se avesse margine di manovra. Non ce l’ha. O meglio: ce l’ha, ma usarlo significherebbe la sua fine politica.

Finché questa coalizione reggerà, Israele non uscirà dal conflitto. Non perché non possa. Ma perché qualcuno non vuole che lo faccia.