Competere o sparire (II): la trappola tecnologica

Draghi non descrive un'Europa in difficoltà. Descrive un'Europa con troppe direzioni divergenti, nessuna delle quali porta dove serve. Il divario tecnologico con gli Stati Uniti non è una fatalità: è il risultato di scelte sbagliate, ripetute per vent'anni.

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L'Europa sa inventare. Non sa scalare. E ora con l'intelligenza artificiale ...

Nel primo capitolo di questa serie ho scritto che Draghi certifica il decesso del vecchio modello europeo: energia russa a basso costo, protezione militare americana gratuita, mercati aperti per l'export verso la Cina. Tre pilastri crollati, non temporaneamente ma per sempre. In questo secondo, entriamo nel cuore della sua analisi. Ed è inquietante, perché rivela che il problema non è la mancanza di risorse o di idee. È la presenza di troppe direzioni divergenti, nessuna delle quali porta dove serve.

Draghi apre con una provocazione che vale la pena citare quasi per intero. Nel 1994, Paul Krugman definì l'attenzione alla competitività una "pericolosa ossessione". La tesi era che la crescita a lungo termine derivasse dall'aumento della produttività, non dal tentativo di battersi con gli altri per quote di mercato. Draghi non lo confuta. Dice qualcosa di più preciso: che l'Europa ha frainteso entrambe le cose. Si è rivolta verso l'interno, ha individuato nei vicini europei i propri concorrenti, anche e soprattutto in settori come la difesa e l'energia dove aveva interessi comuni profondi. E nel frattempo non ha guardato abbastanza verso l'esterno, dove la competizione vera si stava svolgendo.

Il numero che cambia il quadro

C'è una cifra in questi capitoli che rende tutto il resto secondario. Dal 2000 a oggi, il PIL pro capite europeo a parità di potere d'acquisto è inferiore di circa un terzo rispetto a quello degli Stati Uniti. Il 70 per cento di questo divario dipende da un'unica variabile: la minore produttività. E la minore produttività dipende, in larghissima misura, da un'unica causa: il ritardo tecnologico.

Se escludessimo il settore tecnologico, la crescita della produttività europea negli ultimi vent'anni sarebbe sostanzialmente pari a quella americana. Il problema non è dunque l'industria manifatturiera, non è il lavoro, non è la struttura sociale. Il problema è che l'Europa non ha partecipato alla rivoluzione digitale. Negli ultimi vent'anni i tre maggiori investitori in ricerca e sviluppo in Europa sono stati costantemente aziende del settore automobilistico. Negli Stati Uniti, nello stesso periodo, i primi tre sono diventati tutti tecnologici.

Non è un dettaglio. È la fotografia di un'economia che ha continuato a investire nei settori del passato mentre altri costruivano quelli del futuro.

La trappola delle tecnologie intermedie

Draghi individua con precisione il meccanismo che blocca l'Europa. Non mancano le idee, non mancano i ricercatori, non manca la qualità accademica. Manca il passaggio successivo: la commercializzazione. Solo un terzo delle invenzioni brevettate dalle università europee viene effettivamente sfruttato a livello commerciale. Tra il 2008 e il 2021, quasi il 30 per cento degli "unicorni" fondati in Europa, le startup che hanno raggiunto una valutazione superiore a un miliardo di dollari, ha trasferito la propria sede all'estero. Non esistono cluster di innovazione europei tra i primi dieci al mondo.

Il risultato è che l'Europa è brava a inventare e incapace di scalare. Le aziende innovative trovano ostacoli in ogni fase della crescita, e alla fine vanno a finanziarsi a Wall Street e a crescere nel mercato americano. Non perché manchino le idee, ma perché manca l'ecosistema che le trasformi in industria.

E ora si aggiunge l'intelligenza artificiale. Circa il 70 per cento dei modelli fondativi di AI è sviluppato negli Stati Uniti. Tre aziende americane rappresentano il 65 per cento del mercato globale del cloud computing. Il costo dell'addestramento dei modelli di AI all'avanguardia è ancora così elevato da essere accessibile solo a chi può contare sul sostegno dei grandi gruppi tecnologici. Le aziende europee, salvo eccezioni, non possono.

Il costo dell'energia come fattore strutturale

C'è un secondo fattore che Draghi tratta con la stessa franchezza. Le aziende industriali europee pagano l'elettricità da due a tre volte di più dei loro concorrenti americani. Non è una oscillazione congiunturale. È un differenziale strutturale che dipende dal ritardo nell'installazione di infrastrutture per l'energia pulita, dalla frammentazione del mercato interno dell'energia, da regole di mercato che non sganciano i prezzi rinnovabili da quelli dei combustibili fossili.

Nel 2023 circa il 60 per cento delle aziende europee ha dichiarato che i prezzi dell'energia rappresentavano un ostacolo importante agli investimenti, con un differenziale di oltre venti punti percentuali rispetto alla risposta delle aziende americane. L'Agenzia internazionale dell'energia prevedeva che il consumo di elettricità dei data center potesse raddoppiare entro il 2026, un aumento pari all'intera domanda elettrica della Germania. Una maggiore produttività dipende dalla costruzione di un vero mercato europeo dell'energia. Senza di esso, anche la transizione digitale rischia di restare sulla carta.

Il Piano Marshall che nessuno vuole nominare

Draghi è esplicito sul finanziamento. L'Europa ha bisogno di investimenti aggiuntivi tra 750 e 800 miliardi di euro all'anno. Per dare una misura: si tratta di uno sforzo pari a più del doppio del Piano Marshall in proporzione al PIL. Storicamente gli investimenti in Europa sono stati finanziati per l'80 per cento da capitali privati e per il 20 da fondi pubblici. Quella ripartizione non può reggere per investimenti di questa portata. Serve un'Unione dei mercati di capitali che consenta ai risparmi privati europei, oggi perlopiù parcheggiati in depositi bancari, di essere canalizzati verso investimenti produttivi in tutta l'Unione. E serve debito comune europeo, non per finanziare spesa corrente o sussidi, ma per finanziare i beni pubblici su cui tutti hanno già detto di voler investire: ricerca, reti energetiche, difesa integrata.

La parola debito comune è quella che ancora fa tremare i frugali del Nord. Draghi non la evita. La spiega: questo debito non è destinato alla spesa pubblica generale. Serve a realizzare obiettivi sui quali tutti gli Stati membri hanno già trovato un accordo. È la differenza tra trasferire risorse ad altri e investire insieme in infrastrutture comuni.

L'unica speranza rimasta

La conclusione del capitolo finale che ho letto in questa seconda recensione del libro di Draghi è la più netta dell'intero libro. Draghi scrive che l'Europa si trova davanti a una scelta tra tre opzioni: paralisi, uscita, integrazione. La via dell'uscita è stata già tentata e non ha prodotto ciò che i suoi sostenitori speravano (UK). La paralisi sta diventando insostenibile mentre l'Europa scivola in un'ansia e un'insicurezza crescenti. Perciò l'integrazione è rimasta la nostra unica speranza.

Non è retorica europeista. È la conclusione logica di un'analisi che non lascia alternative praticabili. I nostri rivali ci sono davanti perché possono agire come un unico paese con un'unica strategia. Se vogliamo raggiungerli, dobbiamo costruire qualcosa che assomigli alla stessa cosa. Non con un trattato che rifonda tutto dall'oggi al domani, ma con un rinnovato partenariato tra gli Stati membri che sia, cito testualmente, "non meno ambizioso di quello che avevano in mente i padri fondatori settant'anni fa, con la creazione della Comunità europea del carbone e dell'acciaio".

È il federalismo pragmatico che Draghi propone come via d'uscita dall'impasse dei trattati: non aspettare il consenso unanime dei ventisette, ma partire da chi è pronto, costruire qualcosa che funzioni, e lasciare che gli altri si uniscano quando le condizioni lo permetteranno. Il precedente più eloquente non è la moneta unica, che molti conoscono, ma Airbus: un consorzio nato il 18 dicembre 1970 da un accordo tra Francia, Germania Ovest, Regno Unito e Spagna per sfidare il monopolio americano nell'aviazione civile, dominata da Boeing e McDonnell Douglas. I quattro paesi fondatori misero insieme le loro industrie aerospaziali, Aérospatiale per la Francia, Deutsche Airbus per la Germania, British Aerospace per il Regno Unito e CASA per la Spagna, con quote diverse ma con un obiettivo comune. Il primo aereo, l'A300, volò nel 1972 con pochi ordini in carnet. Oggi Airbus è il più grande costruttore di aerei al mondo. Nessun trattato, nessuna cessione formale di sovranità. Solo la volontà di fare insieme ciò che nessuno poteva fare da solo.

Il problema è che quel metodo richiede almeno uno dei due grandi. La Francia si avvia alle elezioni presidenziali del 2027 con Macron in fase terminale del suo mandato e Le Pen in testa ai sondaggi, con una narrativa tutt'altro che unionista. Le speranze, in questo momento, sono tutte su Merz, la Germania saprà rispondere?