Competere o sparire (III): mercato o Stato

Nella seconda metà del libro Draghi smette di diagnosticare e chiede alla politica europea di scegliere: restare un grande mercato regolato o diventare, finalmente, uno Stato

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Draghi smette di diagnosticare e comincia a prescrivere. Debito comune, corsa all'intelligenza artificiale, un GDPR congelato nel 2016: il conto è chiaro, manca solo chi lo paga.

Nelle prime due parti di questa lettura di "Competere o sparire" mi sono soffermato sulla diagnosi: il divario di produttività, la frammentazione del mercato interno, il pragmatismo federalista che Draghi propone come metodo prima ancora che come programma. Nella seconda metà del libro, quella che va dal capitolo 8 in poi, il tono cambia. Draghi smette gradualmente di descrivere il paziente e comincia a scrivere la cartella clinica di chi lo dovrebbe curare, cioè noi, e soprattutto i nostri governi.

Il dazio che ci siamo dati da soli

Il capitolo sull'abbattimento delle barriere del mercato interno è, a mio avviso, il punto più tecnicamente solido dell'intero libro. Il Fondo monetario internazionale, cita Draghi, stima che le barriere interne al mercato unico equivalgano a un dazio ad valorem del 45 per cento sul manifatturiero e del 110 per cento sui servizi. Lasciatemi ripetere questo numero perché merita di essere ripetuto: 110 per cento. Non sto parlando dei dazi di Trump, che pure hanno riempito le prime pagine per mesi. Sto parlando dei dazi che l'Europa impone a se stessa, ogni giorno, attraverso ventisette regimi normativi diversi, proprio nei comparti dei servizi finanziari, digitali e professionali dove si concentra la parte più innovativa e a più alta produttività dell'economia europea. Draghi lo aveva già scritto, quasi con un filo di amarezza, in un articolo sul Financial Times del febbraio 2025 dal titolo eloquente: dimenticate gli Stati Uniti, l'Europa si è già messa da sola i dazi.

Il tabù che diventa infrastruttura

È qui che nasce la proposta che a molti, me compreso quando ne avevo sentito parlare solo di riflesso, sembrava un azzardo tecnico buono per i convegni di Bruxelles: l'emissione di debito comune europeo, fino al 15 per cento del PIL secondo le stime della BCE, per finanziare non la spesa corrente ma gli investimenti che nessuno Stato membro, da solo, può permettersi alla scala necessaria. Il ragionamento di Draghi non è ideologico. È un calcolo finanziario. Un bene sicuro europeo, argomenta, beneficerebbe di un premio di scarsità, un convenience yield, che abbasserebbe il costo del debito rispetto ai tassi di crescita attesi. È lo stesso meccanismo, aggiungo io, che ha reso i Treasury americani lo strumento con cui Washington ha finanziato decenni di deficit senza pagarne il prezzo pieno sui mercati. L'Europa, per la prima volta, potrebbe avere un asset comparabile. Ma solo se smette di trattare l'idea come un tabù da centellinare in tempi di crisi e comincia a trattarla come infrastruttura.

Zero su dieci

Il capitolo 9, intitolato con un imperativo quasi disperato, "Fate qualcosa!", fotografa quanto la realtà avesse superato in velocità il rapporto originale, pubblicato appena un anno prima. Qui compare il dato di 750-800 miliardi di euro l'anno, "a voler essere prudenti", necessari per energia, difesa, digitalizzazione e ricerca e sviluppo. Ma la cifra che mi ha colpito di più riguarda proprio l'intelligenza artificiale, il tema che secondo Draghi si è mosso più velocemente di ogni altro dal settembre 2024 a oggi. I grandi modelli linguistici, cioè i sistemi che stanno alla base dell'attuale rivoluzione dell'IA e che vengono addestrati su quantità enormi di testo per rispondere, ragionare e generare contenuti, sono oggi appannaggio quasi esclusivo di due soli paesi. Otto dei dieci modelli più avanzati al mondo sono stati sviluppati negli Stati Uniti, gli altri due in Cina. Zero, dico zero, sono europei. È un dato che da solo racconta meglio di qualsiasi discorso politico dove si trovi oggi il baricentro tecnologico del pianeta, e quanto l'Europa rischi di restare, in questa partita, semplice spettatrice regolatrice piuttosto che protagonista. E i costi per costruire questi modelli sono scesi radicalmente da quando il rapporto originale è uscito: di dieci volte i costi di addestramento, cioè quelli per "istruire" il sistema facendogli processare enormi quantità di dati prima che sia pronto all'uso, e di venti volte i costi di inferenza, cioè quelli che si pagano ogni volta che il modello viene effettivamente utilizzato, per esempio per rispondere a una domanda. In pratica: costruire e far funzionare un sistema di intelligenza artificiale avanzato costa oggi una frazione di quanto costava due anni fa. È una buona notizia solo in teoria, perché significa che la barriera economica per entrare in questa corsa si sta abbassando esattamente nel momento in cui l'Europa, invece di sfruttare l'occasione per recuperare terreno, continua a discutere se e come regolare una tecnologia che i suoi concorrenti hanno già imparato a costruire a costi sempre più bassi.

Il congelamento del 2016

Il capitolo 14, dedicato interamente al governo dell'intelligenza artificiale, è probabilmente quello dove Draghi si toglie più sassolini dalle scarpe, con un understatement molto istituzionale ma inequivocabile nella sostanza. Il paragone che sceglie è la prima corrente elettrica: nessuno, scrive, avrebbe pensato di limitare l'elettricità stessa per il timore dei suoi rischi, si sarebbero piuttosto progettati standard di sicurezza per sfruttarne il potenziale. Prendiamo il GDPR, il Regolamento generale sulla protezione dei dati che l'Unione Europea ha varato nel 2016 per tutelare la privacy dei cittadini di fronte alla raccolta massiva di dati personali da parte delle aziende. Draghi non ne contesta l'obiettivo, che considera legittimo, ma il modo in cui è stato costruito: una legge pensata per un mondo che, dieci anni dopo, semplicemente non esiste più. L'addestramento dei moderni sistemi di intelligenza artificiale richiede l'uso di enormi quantità di dati, e l'incertezza giuridica su cosa sia lecito raccogliere e utilizzare, sostiene Draghi citando ricerche accademiche, ha aumentato il costo dei dati del 20 per cento per le imprese europee e ridotto gli investimenti di venture capital nel settore tecnologico continentale di circa un quarto. In pratica, una norma pensata per proteggere il cittadino europeo dalle grandi piattaforme ha finito per colpire soprattutto le piccole startup europee, che non hanno le risorse legali delle multinazionali americane per navigare la complessità normativa, mentre queste ultime continuano a operare quasi indisturbate sui mercati di tutto il mondo. È un'analisi che condivido nella diagnosi, pur restando convinto, per la formazione che mi porto dietro dagli anni di Cesare Alfieri, che la precauzione normativa nasca da un'istanza legittima, quella di proteggere il cittadino dal potere spesso opaco di chi controlla i dati. Il problema, per Draghi, non è aver regolato. Il problema è aver congelato nel 2016 un equilibrio tra privacy e innovazione che la tecnologia ha già superato dieci volte, senza mai fermarsi ad aggiornarlo.

Un mercato o uno Stato

Il capitolo 15, quello conclusivo, è dove Draghi smette definitivamente i panni del tecnico e assume quelli del politico, nel senso più alto del termine. Il titolo, "Un mercato o uno Stato?", pone la domanda che io stesso ho provato a formulare in termini più aspri in una conversazione recente: l'Europa può continuare a essere solo un grande mercato regolato, oppure deve scegliere di diventare un attore geopolitico autonomo, con tutto ciò che questo comporta in termini di cessione di sovranità nazionale? Draghi usa un esempio che trovo illuminante: la Groenlandia. Di fronte alla minaccia di un'annessione, argomenta, l'Europa ha dovuto per la prima volta fare una vera valutazione strategica delle proprie leve di potere, e la determinazione mostrata ha generato una solidarietà che nessun trattato avrebbe potuto imporre dall'alto. È la conferma, seppur indiretta, della tesi che discutevo qualche giorno fa: il coraggio politico nasce raramente da un consenso preesistente, nasce quasi sempre da uno shock che rende visibile ciò che prima era solo teoria.

L'espressione che Draghi conia per descrivere il metodo che propone, "federalismo pragmatico", mi pare la sintesi più onesta di tutto il libro. Pragmatico perché limitato a ciò che è oggi praticabile, con i partner oggi disponibili, nei settori dove oggi è possibile fare progressi concreti. Federalista perché il traguardo, dichiarato senza eufemismi, resta l'unione politica. Non è la scorciatoia retorica di chi vuole l'Europa unita a parole e divisa nei fatti. È, semmai, il riconoscimento che l'integrazione europea non si è mai fondata sul dominio o sulla sottomissione, come invece accade nel modello cinese o in quello che gli Stati Uniti sembrano oggi voler perseguire, ma sulla volontà condivisa. Il che, aggiunge Draghi in una delle poche righe del libro dove lascia trasparire un margine di ottimismo autentico, la rende più difficile da costruire, ma anche l'unica forma di potere che l'Europa può ambire a esercitare senza tradire se stessa.

Chiudendo questa lettura in tre parti, resto con una convinzione che il libro conferma più che smentire: l'Europa ha oggi tutti e tre gli ingredienti che, secondo lo stesso Draghi, hanno storicamente preceduto ogni salto in avanti dell'integrazione, cioè una crisi manifesta, uno shock politico esterno e un piano d'azione già pronto sul tavolo. Manca solo, come sempre, la volontà politica di usarli prima che la finestra si richiuda. E qui il libro, va detto con onestà, non offre soluzioni facili: offre un quadro diagnostico impietoso e una scadenza implicita, che nessuno tra i ventisette governi ha ancora davvero accettato di guardare in faccia.