Competere o Sparire (I): la diagnosi

Il modello su cui viveva l'Europa non esiste più. Draghi lo dice senza giri di parole. E il prossimo balzo americano rischia di rendere il divario permanente

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Il modello su cui viveva l'Europa non esiste più. Draghi lo dice senza giri di parole. Prima di tre recensioni di "Competere o sparire"

Non ricordo un testo politico così netto da quando, circa quarant'anni fa, seguivo le lezioni di Giovanni Sartori alla Cesare Alfieri. Sartori smontava le categorie con la stessa freddezza con cui un chirurgo apre un corpo: senza pietà, ma anche senza cinismo, perché dietro c'era sempre l'idea che capire bene servisse a decidere meglio. Leggendo "Competere o sparire" ho ritrovato quella sensazione, rara. Draghi non scrive per essere citato nei convegni. Scrive per essere creduto, e per costringere chi legge a scegliere da che parte stare.

Il titolo non lascia spazio a mediazioni, ed è già una dichiarazione di metodo. Non "riformarsi o adattarsi", non "cambiare o resistere". Competere o sparire. Draghi prende il rapporto consegnato a von der Leyen nel 2024, lo fonde con gli editoriali scritti per il Financial Times, e lo trasforma in qualcosa che assomiglia più a un manifesto che a un documento tecnico. Chi si aspettava il linguaggio felpato del banchiere centrale resterà spiazzato.

Il modello morto

La diagnosi parte da un funerale. Per decenni l'Europa ha costruito la propria prosperità su tre pilastri che oggi, scrive Draghi, sono crollati non temporaneamente ma per sempre: energia russa a basso costo, mercati aperti per l'export verso la Cina, protezione militare americana gratuita. Erano le fondamenta silenziose su cui poggiava tutto il resto, il welfare, la coesione sociale, persino l'idea stessa che l'Europa potesse permettersi di essere generosa con se stessa. Tolte quelle fondamenta, quello che resta è una struttura che non regge più il proprio peso.

Non è un'analisi nuova nei contenuti. È nuova nel tono. Draghi non la presenta come una delle tante sfide da gestire con pazienza istituzionale. La presenta come un bivio già superato, in cui l'Europa ha semplicemente smesso di accorgersi di essere in caduta. Il caso italiano lo illustra con precisione: Industria 4.0 aveva funzionato, poi è stata smantellata e sostituita con Transizione 5.0, un fallimento quasi immediato. Un anno dopo si è tornati sui propri passi, e il primo giorno utile le imprese hanno esaurito tutti i fondi disponibili. Non manca la domanda. Manca la costanza politica di seguire le soluzioni giuste oltre il ciclo elettorale successivo.

Il numero che pesa di più

C'è una cifra nel libro che vale più di ogni altra pagina: una famiglia europea media è oggi circa il 30% più povera di una famiglia americana media. Il gap si è aperto trent'anni fa, con l'esplosione di internet, quando gli Stati Uniti corsero avanti e l'Europa restò indietro. E non si è più richiuso.

Quello che rende il libro urgente, e non solo accurato, è che questa storia sta per ripetersi. La Federal Reserve di Cleveland stima circa il 40% di probabilità che l'economia americana stia entrando in un nuovo ciclo di alta produttività, paragonabile a quello di fine anni Novanta, trainato questa volta dall'intelligenza artificiale. Se davvero siamo all'inizio di un secondo balzo in avanti americano, l'Europa rischia di trasformare un divario storico in un divario strutturale, permanente, quasi impossibile da colmare.

Quale Europa, allora

E qui arrivo al punto che, a mio avviso, è il vero cuore rivoluzionario del libro, più ancora della diagnosi economica. Draghi certifica il decesso del vecchio modello, ma la mia lettura è che indichi anche, tra le righe, una cura molto più radicale di quanto il linguaggio prudente del rapporto del 2024 lasciasse intuire. Nella prefazione, Martin Wolf scrive che le regole fiscali europee non possono funzionare senza una centralizzazione del potere di spesa, e che l'integrazione dovrà partire da un nucleo ristretto di Stati, l'Eurozona, per costruire lì una vera unione fiscale e una difesa comune. Sono parole misurate. Ma se le si prende sul serio fino in fondo, portano a una conclusione che il libro non pronuncia mai in questi termini espliciti, e che invece a me pare l'unica lettura coerente: gli Stati nazionali europei, presi singolarmente, sono ormai troppo piccoli per contare qualcosa di fronte a Stati Uniti e Cina, e l'unica strada resta costruire, pezzo dopo pezzo, qualcosa che assomigli a degli Stati Uniti d'Europa.

Non lo dico perché Draghi lo scriva a chiare lettere. Lo dico perché è quello che la logica del suo argomento impone, se la si segue fino in fondo senza fermarsi a metà strada per pudore diplomatico. Ventisette bilanci separati, ventisette debiti pubblici con rating diversi, ventisette eserciti che comprano armi diverse dagli stessi fornitori americani senza fare mai ricerca insieme: è una fotografia di irrilevanza collettiva travestita da sovranità nazionale. Nessuno di questi Stati, preso da solo, ha la scala per negoziare alla pari con Washington o con Pechino.

La cosa interessante, e la ragione per cui trovo questa lettura convincente, è che l'Europa ha già fatto una cosa simile una volta. La moneta unica non è nata da un trattato che convocava tutti e ventisette gli Stati intorno a un tavolo fin dal primo giorno. È nata da un nucleo iniziale di paesi disposti a fare il primo passo, a cui altri si sono aggiunti nel tempo, quando le condizioni politiche ed economiche lo hanno permesso. Il percorso che intravedo nel ragionamento di Draghi, sull'unione fiscale, sul debito comune permanente, sulla difesa integrata, sembra ricalcare esattamente quello schema: non un trattato generale che rifonda l'Unione dall'oggi al domani, cosa che i ventisette non voterebbero mai tutti insieme, ma un nucleo ristretto di Stati che comincia, prova, dimostra che funziona, e che nel tempo attrae gli altri. Un modo, di fatto, per aggirare l'impasse dei trattati e dell'unanimità senza dichiararlo apertamente.

Il prezzo, va detto senza girarci intorno, è la sovranità. Cessione di potere fiscale al centro, superamento del voto all'unanimità, un supervisore finanziario unico sul modello della SEC americana. È la scelta storica che l'Europa rimanda da settant'anni. Draghi, a mio giudizio, la rende per la prima volta non più rinviabile.

Non c'è terza via

La conclusione di questo primo capitolo del ragionamento di Draghi è quasi brutale nella sua semplicità. La scelta non è tra fare le riforme e restare come si è. È tra le riforme e quello che lui chiama, senza eufemismi, "lento declino". Non c'è una posizione di attesa sicura. Restare fermi non è neutrale, è già una forma di arretramento.

È lo stesso tipo di lezione che Sartori impartiva senza alzare la voce: le categorie intermedie, i compromessi che sembrano prudenza, spesso sono solo modi eleganti per rimandare la scelta vera. Draghi, quarant'anni dopo quelle aule fiorentine, sembra dire la stessa cosa a un continente intero.