Il prezzo dell'Europa

C'è una trattativa in corso a Bruxelles che deciderà cosa sarà l'Europa nei prossimi sette anni. Se ne parla poco, e questo mi dice già molto su come stiamo messi.

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Il bilancio europeo 2028-2034 è la vera partita politica del decennio. Ma quasi nessuno ne parla.

C'è una trattativa in corso a Bruxelles che deciderà cosa sarà l'Europa nei prossimi sette anni e oltre. Se ne parla poco, e questo mi dice già molto su come stiamo messi.

Si chiama Quadro Finanziario Pluriennale (QFP), e riguarda il bilancio dell'Unione per il periodo 2028-2034. La Commissione ha presentato la sua proposta: 1,26% del PIL aggregato dei ventisette. Quando ho letto quel numero, ho pensato a un'altra cifra che conosco bene: il bilancio federale americano vale il 23% del PIL degli Stati Uniti. Non è un confronto tra mele e pere. È un confronto tra un attore politico che ha deciso di esistere e uno che ancora non ha deciso se vuole farlo.

La macchina che non si vuole oliare

Le regole sono chiare, e chiaramente pensate per rendere tutto il più difficile possibile. La Commissione propone, il Parlamento europeo deve approvare, ma la parola definitiva spetta al Consiglio, cioè ai governi dei ventisette, con voto all'unanimità. Ogni governo ha diritto di veto. Ognuno lo sa. E ognuno lo usa, o minaccia di usarlo, come leva negoziale.

Il risultato è una trattativa che assomiglia meno a una discussione sul futuro dell'Europa e più a una spartizione di bottino tra potenze che si fidano poco l'una dell'altra. Cosa che, a pensarci bene, è esattamente quello che è.

Il 70% delle entrate del bilancio europeo viene versato dagli Stati, che attingono ai loro contribuenti. Ogni governo misura il proprio saldo netto, quanto versa e quanto riceve, e se è negativo lavora per ridurlo. Non è cinismo: è la logica inevitabile di chi risponde ai propri elettori nazionali, non a un demos europeo che non esiste ancora.

Sedici contro sei, con la Germania nel mezzo

Gli Stati membri si sono divisi in due campi, con qualche paese ancora nel mezzo. Da una parte i cosiddetti "amici della coesione", sedici paesi, Italia inclusa, che vogliono preservare i fondi agricoli e regionali tradizionali. Dall'altra i "frugali", sei paesi tra cui la Germania, che vogliono ridurre il bilancio complessivo e spostare risorse verso difesa e competitività tecnologica.

La posizione dei frugali ha una sua logica interna: se l'Europa deve competere con gli Stati Uniti e la Cina nell'intelligenza artificiale, nelle energie rinnovabili, nella difesa avanzata, non può continuare a spendere la maggior parte del suo bilancio in sussidi agricoli e fondi strutturali pensati per un'Europa degli anni Ottanta. Il problema è che questa logica, giusta nei principi, viene usata principalmente come argomento per spendere meno, non per spendere meglio.

Alla fine uscirà fuori il solito compromesso: ciascuno cede qualcosa, nessuno vince davvero, e l'Unione si ritrova con un bilancio che non è abbastanza grande per fare la differenza ma abbastanza contestato da non avere nemmeno la legittimità politica di un progetto condiviso.

Le risorse proprie che non bastano mai

La Commissione ha proposto cinque nuove fonti autonome di entrata: prelievi ambientali, una componente sui proventi del sistema ETS, un contributo sul settore corporate, una tassa sulle transazioni crypto, una levy sul digitale. Insieme coprirebbero intorno al 20% del fabbisogno del QFP.

È un passo nella direzione giusta. Un'Europa che raccoglie direttamente risorse proprie invece di dipendere interamente dai trasferimenti nazionali è un'Europa che esiste come soggetto fiscale autonomo. Ma il passo è piccolo, e le nuove imposte cadranno ancora sui soliti contribuenti già tassati a livello nazionale.

Quello che manca, e che nessuno ha il coraggio di mettere sul tavolo, è una tassa europea efficace su chi oggi sceglie il fisco del paese più conveniente. Le grandi multinazionali che hanno ottimizzato la propria struttura fiscale attraverso l'Irlanda, il Lussemburgo, i Paesi Bassi continuano a farlo. L'armonizzazione fiscale reale, non gli accordi OCSE sulla global minimum tax che si applicano a ranghi sfoltiti, resta un tabù negoziale. Ed è qui che la presidenza irlandese mostra il suo limite più imbarazzante: Dublino è uno dei principali beneficiari del sistema di concorrenza fiscale tra stati, con aliquote corporate che hanno attirato decine di multinazionali americane. Chiedere all'Irlanda di guidare una riforma fiscale europea è come chiedere a un taxista di regolamentare Uber.

Il debito comune che non si vuole nominare

C'è un'altra questione che aleggia sulla trattativa senza essere affrontata direttamente: il debito comune europeo. Il Next Generation EU ha dimostrato che è possibile emettere debito a livello europeo, raccogliere capitali sui mercati internazionali e distribuire risorse agli stati membri. Ha funzionato. I mercati hanno assorbito i titoli europei senza problemi. La domanda è perché non renderlo permanente.

La risposta è politica, non economica. I paesi frugali non vogliono che il debito comune diventi uno strumento ordinario, e la Germania meno di tutti, nonostante Berlino si stia riarrmando in deficit con una disinvoltura che avrebbe fatto venire un infarto a qualsiasi ministro dell'economia tedesco della generazione precedente. La logica è sempre la stessa: non vogliamo garantire i debiti altrui, non vogliamo ridurre la pressione sugli stati meno virtuosi. Comprensibile, per carità. Solo che nel frattempo l'Europa resta bloccata in una fase istituzionale che assomiglia all'adolescenza, con i muscoli per fare cose grandi e la volontà politica per farne di piccole.

Quello che mi spaventa davvero

Non è che il QFP sia troppo piccolo. È che nessuno sembra trovare particolarmente urgente parlarne. I giornali italiani ne scrivono quando escono le cifre, poi tornano ai processi e alle polemiche domestiche. I partiti europei si battono sul QFP nei comunicati stampa e poi votano seguendo gli interessi nazionali in Consiglio.

Il primo luglio la presidenza passa da Cipro all'Irlanda. Dublino ha sei mesi per portare avanti la negotiating box verso un accordo entro ottobre, e un accordo definitivo entro dicembre, in modo che gli atti legislativi possano essere adottati nel 2027 e i fondi fluire senza interruzioni dal gennaio 2028. Calendario stretto, posta altissima, attenzione pubblica quasi zero.

Probabilmente andrà come sempre: si troverà un accordo al ribasso nell'ultimo momento utile, qualcuno lo presenterà come una vittoria storica, e l'Europa ripartirà con meno di quanto serviva per fare quello che aveva detto di voler fare. Mi piacerebbe essere smentito.