Il Risorgimento europeo: perché l'unità d'Italia è lo specchio dell'Europa di oggi
Nel 1861 sette stati con sette valute, sette eserciti e sette sistemi fiscali diventarono una nazione. Fu doloroso, lasciò ferite che esistono ancora oggi. Ma funzionò. E il processo che portò all'unità d'Italia assomiglia, più di quanto si pensi, a quello che l'Europa deve ancora completare.
L'Italia pre-unitaria aveva sette valute, sette eserciti e sette sistemi fiscali. L'Europa ha una situazione simile.
Quando penso all'Europa di oggi e ai suoi limiti, mi torna in mente una frase attribuita a Massimo d'Azeglio, uno dei protagonisti del Risorgimento: "Abbiamo fatto l'Italia, ora dobbiamo fare gli italiani." La pronunciò nel 1861, subito dopo la proclamazione del Regno. Stava descrivendo un problema che conosceva bene: un paese formalmente unito ma sostanzialmente frammentato, con identità regionali così forti da rendere difficile immaginare qualcosa di comune al di sopra di esse. Sostituirei oggi "Italia" con "Europa" e "italiani" con "europei", e la frase funzionerebbe ancora perfettamente.
Ma andiamo con ordine. Prima di capire cosa manca all'Europa, vale la pena guardare cosa mancava all'Italia prima che il Risorgimento la trasformasse.
Il mosaico pre-unitario
Prima del 1859, la penisola italiana era divisa in sette stati con sette sistemi di governo, sette parlamenti, sette eserciti, sette valute e sette regimi doganali. Un mercante che voleva spostare merci da Napoli a Milano attraversava confini, pagava dazi, cambiava valuta più volte. I tassi di cambio erano incompatibili tra loro: 270 lire milanesi equivalevano a 405 lire veneziane e a 855 lire parmane. Un mercato comune era strutturalmente impossibile.
Le ferrovie raccontavano la stessa storia. Al momento dell'unificazione nel 1861, le linee attive erano 2.064 chilometri in totale, ma non formavano una rete: erano frammenti di sistemi locali, proprietà di diverse concessionarie, con scartamenti non sempre compatibili. Il Piemonte aveva 850 chilometri, il Lombardo-Veneto 522, lo Stato Pontificio 317, la Toscana 257. Il Regno delle Due Sicilie, che copriva l'intera Italia meridionale, aveva solo 128 chilometri sul continente, e la Sicilia non aveva ancora una sola ferrovia nel 1861.
Industrialmente, il quadro era ancora più disomogeneo. La Lombardia asburgica era la regione più avanzata: le riforme di Maria Teresa e Giuseppe II nel Settecento avevano modernizzato l'agricoltura, creato istituzioni bancarie come la Cassa di Risparmio delle Province Lombarde fondata nel 1823, e sviluppato le prime industrie meccaniche. Non era il Piemonte lo Stato più industrializzato, come si potrebbe pensare: era la Lombardia, pur sotto dominazione straniera. Il Piemonte di Cavour era il più dinamico politicamente e istituzionalmente.
Il Sud presentava un quadro contraddittorio. Il Regno delle Due Sicilie aveva alcune realizzazioni notevoli: la prima ferrovia italiana fu la Napoli-Portici, inaugurata il 3 ottobre 1839. Le Officine di Pietrarsa erano il più grande complesso industriale d'Italia. Ma tutto questo coesisteva con un sistema feudale praticamente intatto, con la terra concentrata nelle mani di poche centinaia di famiglie baronali che controllavano oltre il 70% della popolazione rurale. Mancava un ceto medio imprenditoriale. Mancava un sistema creditizio moderno.
E poi c'era la lingua. Nel 1861, secondo il linguista Tullio De Mauro, solo il 2,5% della popolazione italiana parlava italiano standard. Un veneziano e un napoletano non avevano una lingua comune. Il tasso di alfabetizzazione era al 25%. Erano, di fatto, due mondi separati che non si capivano.
Favorevoli e contrari: un dibattito che si ripete
Il Risorgimento non fu un processo unanime. Dentro e fuori la penisola, le posizioni erano divise e spesso inconciliabili, e i fronti non corrispondevano alle divisioni geografiche semplici che la storia successiva ha talvolta suggerito.
Tra i favorevoli all'unità c'erano visioni profondamente diverse tra loro. Cavour voleva un regno costituzionale guidato dal Piemonte, liberale e laico, capace di competere con le grandi potenze europee. Non sognava un'Italia romantica: voleva uno stato moderno, con un mercato interno, una rete ferroviaria, un sistema bancario. Mazzini voleva una repubblica democratica, nata dalla volontà popolare, non dalla conquista militare della monarchia sabauda. Garibaldi stava in mezzo, soldato romantico disposto a servire chiunque portasse l'unità, monarchia o repubblica poco importava. Tre visioni incompatibili tra loro, unite solo dall'obiettivo comune.
Tra i contrari c'erano interessi altrettanto potenti. La Chiesa di Roma era ferocemente ostile: l'unità significava la fine del potere temporale papale, la perdita dello Stato Pontificio, la laicizzazione dello stato. Pio IX lanciò il Sillabo degli Errori nel 1864 e scomunicò i protagonisti dell'unificazione. I Borbone del Sud resistettero militarmente fino alla caduta di Gaeta nel 1861. Le aristocrazie terriere meridionali temevano la perdita dei loro privilegi feudali. E poi c'erano le grandi potenze: l'Austria che controllava Lombardia e Veneto e non aveva alcuna intenzione di cedere, la Francia di Napoleone III che giocava su entrambi i tavoli, favorendo l'unità del Nord (senza l'intervento francese al fianco del Piemonte, i piemontesi non avrebbero battuto gli austro-ungarici), ma proteggendo Roma papale.
Il parallelo con l'Europa di oggi è immediato. Anche nel progetto europeo ci sono da sempre favorevoli e contrari, e anche qui le divisioni non seguono linee semplici. I federalisti convinti come Spinelli, che sognava gli Stati Uniti d'Europa già nel 1941 dal confino di Ventotene, si scontravano con i confederalisti come de Gaulle, che voleva un'Europa delle nazioni sovrane senza cessioni di potere al centro. Oggi queste tensioni non sono scomparse: si ritrovano nella resistenza tedesca e olandese al debito comune, nel populismo antieuropeo che cresce da Varsavia a Parigi, nella difficoltà di costruire una politica estera comune quando ogni stato ha i propri interessi nazionali. Come nel Risorgimento, chi è favorevole all'integrazione spesso non è d'accordo su quanto integrarsi e con quali metodi. E chi è contrario lo è per ragioni diverse: c'è chi teme di perdere sovranità, chi teme di pagare i debiti altrui, chi usa l'euroscetticismo come strumento elettorale senza crederci davvero.
La differenza rispetto al Risorgimento è una sola, e non è di poco conto: nell'Italia del 1859, alla fine, qualcuno scelse. Cavour forzò la mano, Garibaldi partì con mille uomini, Vittorio Emanuele firmò. L'Europa di oggi aspetta ancora che qualcuno faccia la prima mossa.
L'unificazione e i suoi effetti: luci e ombre
Il processo fu rapido nel finale: nel 1859 la Lombardia si unì al Piemonte, nel 1860 i plebisciti portarono Toscana, Emilia e il Sud nel nuovo stato, il 17 marzo 1861 il Parlamento proclamò il Regno d'Italia. In pochi anni furono abbattute le barriere doganali interne, fu introdotta la lira come moneta unica, fu avviata la costruzione di una rete ferroviaria nazionale.
Ma l'unificazione non fu indolore. Il modello adottato fu essenzialmente piemontese: le istituzioni, il codice civile, il sistema fiscale del nuovo regno furono quelli del Piemonte, estesi per decreto al resto della penisola. Il Sud, che aveva strutture economiche e sociali radicalmente diverse, subì una trasformazione brusca e mal gestita. L'abbattimento delle barriere doganali aprì il mercato meridionale alle manifatture del Nord senza dare al Sud il tempo di modernizzarsi.
C'è poi un aspetto che mi sembra il più direttamente rilevante per il dibattito europeo di oggi: il debito. Il Piemonte aveva finanziato le guerre di indipendenza accumulando un debito enorme, e nel 1861 quel debito fu incorporato nel bilancio del nuovo regno, scaricandolo di fatto su tutti gli altri stati. La pressione fiscale pro capite in Piemonte era di 142 lire, più del doppio di Toscana, dove era 67 lire, di Napoli dove era 63 lire, e di Lombardia dove era 56 lire. La Toscana e il Sud, che avevano bilanci relativamente più solidi, si trovarono a garantire il debito di chi aveva guidato l'unificazione. La resistenza della Germania e dei paesi del Nord europeo al debito comune europeo oggi è esattamente lo stesso meccanismo visto dall'altra parte: il timore di pagare i debiti altrui. La storia italiana insegna che quel timore non è irrazionale, ma che l'alternativa, cioè la frammentazione permanente, costa di più.
Il risultato fu il brigantaggio: una guerra civile non dichiarata che tra il 1861 e il 1864 causò circa 20.000 vittime, più di tutte le guerre del Risorgimento messe insieme. Seguì un'emigrazione di massa: tra il 1876 e il 1914, 9 milioni di italiani lasciarono il paese in modo permanente. La spesa ferroviaria post-unitaria andò per il 53% al Nord tra il 1861 e il 1911. Oggi il PIL pro capite del Mezzogiorno è ancora al 58% di quello del Centro-Nord: il divario non si è mai chiuso davvero.
La lezione è scomoda ma necessaria: l'integrazione senza strumenti di compensazione per le zone più deboli produce fratture che durano generazioni.
La scuola come collante
In mezzo alle contraddizioni dell'unificazione, c'è però un processo che mi sembra il più direttamente rilevante per l'Europa di oggi sul piano identitario. È quello dell'unificazione linguistica.
Nel 1861, il 2,5% degli italiani parlava italiano. Nel 1911, il tasso di alfabetizzazione era salito al 60%. Nel 1951, l'87% della popolazione parlava italiano standard, anche se molti usavano ancora il dialetto nella vita quotidiana. Fu la scuola dell'obbligo a compiere questo processo, lentamente e non senza resistenze. Non cancellò i dialetti, che esistono ancora oggi come patrimonio linguistico vivo, ma costruì sopra di essi una lingua comune che permise agli italiani di comunicare, lavorare insieme, sentirsi parte della stessa comunità. Ci vollero decenni. Ci volle anche la televisione negli anni Cinquanta, che portò l'italiano standard in ogni angolo della penisola.
Il parallelo con l'Europa mi sembra evidente. Oggi l'inglese è già di fatto la lingua franca europea: lo parla il 58,6% degli europei come seconda lingua. Ma manca quello che la scuola post-unitaria costruì in Italia: un sistema educativo che produca una formazione di base comune, che insegni la storia europea come storia condivisa e non solo come somma di storie nazionali, che formi cittadini europei consapevoli senza cancellare le identità nazionali. Non si tratta di imporre una lingua, perché l'inglese funziona già come strumento, ma di costruire un substrato culturale comune. Una scuola europea non nel senso di un'istituzione centralizzata, ma di un programma condiviso, di scambi sistematici, di un'idea di cittadinanza europea che oggi esiste sulla carta e quasi per niente nella pratica.
Il salto del miracolo economico
La vera svolta per l'economia italiana non arrivò con l'unificazione del 1861, né nei decenni immediatamente successivi. Arrivò con l'integrazione europea. Nel 1951 nacque la CECA, la Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio, il primo esempio di federalismo pragmatico europeo: non un trattato che rifondava tutto, ma un accordo tra sei paesi su settori strategici specifici. Nel 1957 fu la volta del Mercato Comune.
L'effetto sull'economia italiana fu straordinario. Tra il 1951 e il 1963, il PIL italiano crebbe a una media del 5,8% annuo. Fu il miracolo economico: l'Italia passò da paese agricolo devastato dalla guerra a quinta potenza industriale mondiale. Nel 1987, per un breve periodo, il PIL italiano superò quello britannico.
La lezione che ne traggo è chiara: l'unificazione formale del 1861 aveva creato le condizioni necessarie ma non sufficienti. Fu l'integrazione in un mercato più grande, con regole comuni e istituzioni condivise, a liberare il potenziale produttivo. Lo stesso schema si ripete su scala europea: il mercato unico e l'euro hanno prodotto benefici reali, ma rimangono strutturalmente incompleti senza un'unione fiscale, senza un mercato dei capitali integrato, senza una difesa comune.
La lezione per l'Europa di oggi
L'Europa del 2026 ha 27 governi, 27 parlamenti, 27 sistemi giudiziari, 27 eserciti che comprano armi diverse dagli stessi fornitori americani, 27 mercati dei capitali frammentati che costringono le imprese migliori ad andare a finanziarsi a Wall Street. Ha fatto una cosa che l'Italia pre-unitaria non aveva ancora fatto: una moneta comune, l'euro. Ma per tutto il resto, il parallelo con gli stati italiani prima del 1859 è più preciso di quanto si voglia ammettere.
Mario Draghi, nel rapporto consegnato alla Commissione europea nel settembre 2024, certifica che il modello su cui l'Europa ha costruito la sua prosperità è morto: energia russa a basso costo, mercati cinesi aperti, protezione militare americana gratuita. Tre pilastri crollati. E indica la via: più integrazione, non meno. Unione fiscale, debito comune, difesa integrata, mercato unico dei capitali.
È esattamente la stessa logica che portò all'unificazione italiana. Non un salto nel vuoto, ma un processo graduale guidato da chi era pronto a fare il primo passo. Il federalismo pragmatico che Draghi propone per l'Europa, partire da un nucleo di stati disposti a integrare senza aspettare il consenso unanime dei ventisette, è lo stesso metodo con cui nacque la CECA nel 1951, lo stesso con cui nacque Airbus nel 1970, lo stesso con cui nacque l'euro nel 1999.
La storia italiana insegna però anche le ombre. L'integrazione senza meccanismi di compensazione per le zone più deboli produce fratture che durano generazioni. Il Mezzogiorno paga ancora oggi il prezzo di un'unificazione che fu rapida nelle istituzioni e lenta nella sostanza. L'Europa dovrà fare meglio.
E insegna infine la pazienza. L'Italia del 1861 aveva un capo di stato, un governo, un parlamento, un sistema giudiziario unitari. Ma ci vollero decenni perché gli italiani si sentissero davvero italiani. Ci volle la scuola, il servizio militare obbligatorio, la televisione. L'Europa ha le sue istituzioni, ha una moneta, ha un mercato. Le manca ancora quello che l'Italia costruì lentamente: un senso comune di appartenenza.
La storia del Risorgimento insegna che i processi di integrazione non si fanno aspettando che tutti siano pronti insieme. Si fanno quando i più grandi e i più forti economicamente scelgono di leggere la storia con onestà e capiscono che più integrazione significa più prosperità e più sicurezza per i propri cittadini, non meno. Energia, difesa, nuove tecnologie: sono i settori dove la scala conta, dove nessuno stato europeo è abbastanza grande e ricco da contare qualcosa da solo, e dove un nucleo di paesi disposti a fare il primo passo può dimostrare che funziona. Gli altri seguiranno. Lo hanno già fatto una volta, con la moneta. Possono farlo di nuovo.