Il sole che non basta
l solare ha prodotto un quarto dell'elettricità europea a giugno, un record storico. Ma dietro il dato aggregato si nascondono un'Italia in ritardo, reti nazionali che non si parlano e una corsa alle rinnovabili nata anche come arma contro il ricatto energetico russo.
Il 25% di elettricità europea viene ora dal solare, un record storico
Un quarto dell'elettricità europea prodotta dal solare. Un dato che solo cinque anni fa sarebbe sembrato fantascienza, e che invece a giugno 2026 è diventato realtà: 52 TWh, il 25% della generazione mensile del blocco UE, davanti al nucleare (21%), al gas (15%), all'eolico (14%) e al carbone, ridotto a un residuale 8%. Numeri che raccontano una traiettoria impressionante, oltre il 20% di crescita annua dal 2021, e che meritano di essere celebrati per quello che sono: la prova che la transizione energetica europea, nonostante tutto, sta accadendo sotto i nostri occhi.

Ma un dato aggregato è anche un modo elegante per nascondere alcune contraddizioni. Diciotto dei ventisette Stati membri hanno segnato quest'anno nuovi record mensili di quota solare, un segnale di quanto il fenomeno sia ormai diffuso e non un'eccezione tedesca o iberica. Le fonti disponibili non elencano tutti i diciotto paesi, ma i tre esempi che ricorrono più spesso bastano a dare la misura del fenomeno.
La Germania è arrivata al 36% di elettricità da solare a giugno, dopo il 33% di maggio. Berlino, che per un decennio ha discusso se e come uscire dal nucleare e della dipendenza dal gas russo, ha trovato nel fotovoltaico una risposta che nessuno, nemmeno i più ottimisti sostenitori dell'Energiewende, aveva previsto con questa rapidità. La Spagna segue a un soffio, 34%, primo mese sopra la soglia psicologica di un terzo. Madrid ha scommesso presto e con convinzione sulle rinnovabili, e ora ne raccoglie i frutti, anche se ad aprile ha pagato il prezzo dell'altra faccia della medaglia, di cui parlerò tra poco. La Polonia, paradossalmente, fa meglio di quanto ci si aspetterebbe: 24%, quasi in linea con la media continentale, pur restando uno dei maggiori consumatori di carbone d'Europa, semplicemente perché ha installato oltre 20 GW di capacità solare in cinque anni.

Se guardiamo invece alla struttura di fondo dei mix energetici nazionali, non ai record del mese, il quadro si allarga e si complica leggermente. L'Italia, che pure vanta un irraggiamento solare tra i migliori d'Europa, resta clamorosamente indietro: 17% da solare, appena l'8% da eolico, le fonti fossili ancora al 51% del mix contro una media UE già scesa sotto la soglia del 30%. L'Italia non ha un problema di sole, ha un problema di scelte politiche, di permessi, di rete, di una politica industriale energetica che non ha mai davvero deciso cosa vuole essere. Se lo fa Varsavia, viene da chiedersi cosa aspetti Roma. Poi ci sono Francia e Slovacchia, dove il nucleare resta la spina dorsale del sistema elettrico, oltre il 65% della produzione. Non è mancanza di lungimiranza politica, è una scommessa fatta decenni fa e che oggi, in un continente che riscopre il valore della sicurezza energetica, appare onestamente azzeccata. Parigi non insegue il solare con la stessa urgenza altrui perché non ne ha lo stesso bisogno strutturale.

Il nodo delle reti, non della produzione
A questo punto il nodo europeo, però, non è più tanto quanta energia pulita si produce, quanto quanto poco le reti nazionali sappiano parlarsi tra loro. Il blackout iberico di aprile lo ha dimostrato nel modo più netto: la Spagna, con un surplus di produzione solare che non riusciva a scaricare altrove, ha visto saltare il sistema. Non un problema di scarsità, ma di eccesso mal distribuito. È la fotografia perfetta di un continente che produce policy comuni, direttive, target al 2030, e che però resta frammentato nelle infrastrutture fisiche che dovrebbero renderle davvero operative, esattamente come sulla difesa e sullo sviluppo del nuovo vapore: l'IA
Questo è anche, non a caso, uno dei nodi centrali del rapporto Draghi sulla competitività europea. Non si può parlare seriamente di produttività industriale, di reindustrializzazione, di competere con Stati Uniti e Cina, se il costo dell'energia resta strutturalmente più alto in Europa che altrove e se, soprattutto, l'energia a basso costo prodotta in un angolo del continente non riesce a raggiungere chi ne avrebbe bisogno altrove. Un pannello solare in più in Andalusia non serve granché all'industria manifatturiera bavarese se tra i due punti non c'è un'autostrada elettrica capace di portarcela.
La vera posta in gioco: la ricattabilità
Ed è qui che il discorso energetico smette di essere solo tecnico ed economico e diventa squisitamente geopolitico. Questa corsa alle rinnovabili non è nata per caso, né solo per virtù ambientale: ha un'origine precisa, ed è politica quanto energetica. Bruxelles vi ha messo soldi veri, e li ha messi soprattutto a partire da un preciso momento di rottura. Il Green Deal del dicembre 2019 aveva posto la cornice strategica, ma è con REPowerEU, varato nel maggio 2022 come risposta diretta all'invasione russa dell'Ucraina, che l'Unione ha davvero aperto i cordoni della borsa: circa 300 miliardi di euro complessivi, tra prestiti e sovvenzioni dirette, con il 40% destinato specificamente a garantire energia accessibile, sicura e sostenibile. Dal 2021 l'UE ha installato 260 GW di nuova capacità rinnovabile, di cui 204 GW solo di fotovoltaico, con un risparmio stimato di 5,6 miliardi di euro in gas che sarebbe stato altrimenti importato da Mosca dal QATAR/Algeria o dagli USA. La transizione verde europea, insomma, è nata anche come arma di difesa economica, non solo come impegno ambientale.

Ogni punto percentuale in più di elettricità prodotta in casa, da fonti che non dipendono da un gasdotto russo o da una rotta petrolifera del Golfo, è un punto percentuale in meno di vulnerabilità a mosse geopolitiche azzardate, quando non vere e proprie trappole tese a un continente che fatica ancora a pensarsi come attore unico. Lo si è visto con la crisi del gas dopo l'invasione dell'Ucraina, lo si rivede ora con le tensioni seguite alla guerra USA-Israele-Iran. Chi produce di più in casa subisce meno lo shock quando il prezzo del petrolio o del gas si impenna per ragioni che nulla hanno a che fare con l'economia europea.
Ma questa autonomia energetica rischia di restare un vantaggio per pochi, se non si costruiscono i consorzi e le interconnessioni necessarie a farla circolare. Un'Europa a macchia di leopardo, dove la Germania e la Spagna corrono e l'Italia fa fatica per l'enorme mole normativa che serve per istallare un pannello solare (la semplificazione è una parola molto in voga in campagna elettorale e poi la si dimentica nei 5 anni di legisaltura) , dove il surplus di un paese non riesce a diventare la sicurezza di un altro, non è un'Europa più forte. È semplicemente un'Europa più diseguale, con gli stessi rischi di sempre distribuiti in modo diverso.
Il sole, da solo, non basta. Serve la rete che lo faccia viaggiare, e la volontà politica di costruirla insieme.