Il vertice in tutta fretta

Oggi a Berlino si riuniscono Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia e Polonia. Rutte è in videoconferenza da Washington mentre incontra Trump. L'Europa che prova a coordinarsi prima del vertice NATO di Ankara, senza le strutture per farlo davvero.

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Le cinque maggiori potenze militari europee si riuniscono oggi a Berlino. Rutte è in videoconferenza da Washington, dove sta incontrando Trump. L'Europa che prova a coordinarsi, mentre l'Alleanza atlantica scricchiola.

Oggi pomeriggio a Berlino si riuniscono le cinque maggiori potenze militari europee. Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia e Polonia. Il formato è il cosiddetto E5, si siedono intorno a un tavolo per coordinarsi in vista del vertice NATO di Ankara di inizio luglio. Mark Rutte si collega in videoconferenza da Washington, dove sta incontrando Donald Trump. È un'immagine che vale più di mille comunicati: il segretario generale dell'Alleanza atlantica che partecipa al coordinamento europeo mentre è fisicamente dal presidente americano. L'Europa che prova a darsi una voce, e Washington che guarda.

Non è un vertice ordinario. È la prima volta che il formato E5 si riunisce in questo contesto, con questa urgenza, con questo livello di incertezza sul futuro dell'Alleanza. E il fatto che Merz abbia convocato i leader a Berlino, non a Bruxelles, non in sede NATO, dice qualcosa sul ruolo che la Germania intende giocare.

Cosa c'è sul tavolo

Il macro-tema è la NATO, ma dietro c'è una domanda che nessuno pronuncia esplicitamente: cosa succede se Trump decide che l'impegno americano in Europa deve effettivamente essere ridimensionato, cosa ampiamente discussa in sede dell'Alleanza? Non è un'ipotesi accademica. È una variabile politica concreta che ogni governo europeo sta calcolando nei propri piani di bilancio e nei propri ordini di acquisto di sistemi d'arma.

Il vertice di Ankara servirà a misurare la temperatura dell'Alleanza. Il vertice di Berlino di oggi serve a decidere cosa dire ad Ankara con una voce il più possibile coordinata. È diplomazia preventiva, e il fatto che si faccia a livello di capi di governo, non di ministri della difesa, non di sherpa, indica che la posta in gioco è percepita come alta.

Meloni sarà presente. Dopodomani sarà ad Antibes con Macron. Il calendario di questa settimana racconta da solo la densità del momento.

Starmer dimissionario ma presente

C'è un dettaglio che vale la pena sottolineare. Keir Starmer ha annunciato lunedì le proprie dimissioni da primo ministro britannico. Eppure è atteso a Berlino. Il portavoce del governo tedesco, Stefan Kornelius, ha tenuto a precisare che Berlino si aspetta la sua presenza e lo considera un partner affidabile, in particolare sull'Ucraina.

È un segnale politico preciso: il formato E5 è abbastanza solido da assorbire una crisi politica interna britannica senza perdere coerenza. Starmer resterà in carica ancora qualche settimana, fino all'elezione del nuovo leader laburista. Abbastanza per firmare quello che serve per Ankara.

Il nodo italiano

L'Italia arriva a questo vertice con una posizione più complessa di quanto sembri. Da una parte Meloni ha costruito il suo profilo internazionale sull'essere un interlocutore affidabile per Washington, il canale privilegiato con Trump in Europa, almeno nella narrativa in vigore fino a qualche giorno fa a Palazzo Chigi. Dall'altra, la pressione ad aumentare le spese per la difesa sta producendo tensioni industriali e politiche che emergono con sempre maggiore chiarezza.

Lorenzo Mariani, CEO di Leonardo, ha detto oggi senza giri di parole che se l'Italia interrompe il percorso di incremento della spesa per la difesa, «usciremo da questa decade completamente sudditi dell'industria tedesca e francese». Non è un allarme astratto. È la valutazione di chi gestisce la principale azienda della difesa italiana e vede Francia e Germania investire a ritmi che l'industria italiana fatica a seguire, eufemismo.

Il passaggio dal 2% al 3,5% del PIL in pochi anni, ha spiegato Mariani, avrebbe tagliato fuori gran parte delle industrie italiane che non avrebbero potuto sostenere il ritmo nelle forniture. Serve gradualità. Ma serve anche continuità. Ed è esattamente quella continuità che i prossimi cicli di bilancio metteranno a dura prova. L'Italia ha solo un mese per comunicare alla Commissione UE se vuole accedere a 15 miliardi del fondo SAFE per la difesa (a Giorgetti la valutazione se i fondi SAFE costano di più o di meno dei Btp); se non lo farà, quei fondi verranno redistribuiti ad altri paesi UE che sono in coda per ricevere i finanziamenti.

Il formato che non esiste, ma funziona

Il formato E5 non ha base giuridica nei Trattati. Non è un'istituzione europea. Non ha segretariato, non ha budget, non ha procedure formali. Eppure funziona, o almeno funziona meglio di molti meccanismi formali.

È esattamente il tipo di coalizione dei volenterosi che Draghi aveva indicato come via d'uscita dall'impasse istituzionale europea: chi vuole andare avanti lo fa, senza aspettare il consenso di tutti i ventisette. Il problema è che una coalizione informale può coordinarsi, può fare dichiarazioni congiunte, può esercitare pressione diplomatica. Ma non può emettere debito comune, non può costruire un esercito europeo, non può sostituire le strutture che mancano.

È uno strumento utile in un momento di emergenza. Non è una soluzione strutturale.

Quello che mi aspetto da stasera

Una conferenza stampa congiunta alle 18. Dichiarazioni di unità e determinazione. Probabilmente un riferimento all'impegno comune sul 2% o sul 3% del PIL per la difesa. Forse qualche accenno alla necessità di autonomia strategica europea, formulato in modo abbastanza vago da non disturbare Washington.

Quello che non mi aspetto è una proposta concreta su come coordinare gli acquisti di sistemi d'arma, su come costruire interoperabilità reale tra le forze armate dei cinque paesi, su come evitare che il riarmo europeo sia semplicemente una somma di riarmi nazionali paralleli.

Mariani ha ragione quando dice che il rischio è diventare sudditi dell'industria tedesca e francese. Ma il rischio più profondo è che l'Europa si riarmi senza decidere come farlo insieme. Cinque paesi che comprano armi diverse, con standard diversi, per eserciti che non parlano tra loro, non sono una potenza militare. Sono cinque potenze militari medie che condividono un confine e una preoccupazione.

Mai come negli ultimi mesi si discute quotidianamente fra le cancellerie del vecchio continente di difesa, consorzi, budget, finanziamenti, scostamenti di bilancio, ecc, ma qualcuno che butti il cuore oltre l'ostacolo ancora non c'è.