La destra che non farà l'Europa

Lo spostamento a destra del baricentro politico europeo non produrrà più integrazione. Ne produrrà meno.

Condividi

La destra mainstream approva regolamenti europei e si chiama europeista. Ma cooperare non è integrare. E il tempo sta finendo.

C'è una narrazione che circola da qualche tempo negli ambienti europeisti. L'idea è questa: la pressione dell'estrema destra costringe i partiti mainstream a spostarsi sui loro temi, e questo spostamento produce, paradossalmente, più cooperazione europea. I governi si coordinano sulle frontiere, costruiscono politiche comuni sull'immigrazione, approvano regolamenti che fino a ieri sembravano impossibili. L'integrazione avanza, anche se in forma diversa da quella immaginata dai federalisti classici.

Vorrei spiegare perché questa narrazione è sbagliata. E perché lo spostamento a destra del baricentro politico europeo non produrrà più Europa. Ne produrrà meno.

La corsa verso destra che non ferma la destra

n ogni grande Paese europeo, i partiti di destra estrema sono cresciuti. In Germania AfD è passata dal 10% del 2022 al 27% di oggi, diventando il primo partito nei sondaggi. In Francia il Rassemblement National guida con ampio margine. Il paradosso strutturale è evidente: ovunque la destra mainstream ha inseguito l'estrema destra sul terreno dell'immigrazione, l'estrema destra ha continuato a crescere. In Germania Merz ha adottato posizioni più dure di qualsiasi cancelliere precedente. AfD è oggi al primo posto.

Il meccanismo è semplice. L'elettore che vota AfD o RN non cerca politiche più dure. Cerca un'identità di opposizione al sistema. Quando la destra mainstream adotta quelle politiche, non cattura quegli elettori. Li legittima. Dice loro che avevano ragione. E loro continuano a votare l'originale, non la copia.

I dati dell'ECFR mostrano che nonostante quello che i leader pro-europei dicano o facciano, una larga parte degli elettori sospetta che abbiano secondi fini: il 66% dei sostenitori di Law and Justice, il 57% dei sostenitori di AfD e il 53% dei sostenitori di Vox crede che i rispettivi leader mainstream vogliano in privato aprire il Paese ai migranti. In questo contesto, nessun programma può essere credibile perché è già scontato come fosse una maschera.

La differenza tra cooperazione e integrazione

Il regolamento rimpatri approvato ieri a Strasburgo è un atto di cooperazione intergovernativa. È politicamente rilevante. Ma non è integrazione nel senso che intendevano Spinelli, Monnet, De Gasperi. Né nel senso che Jürgen Habermas ha teorizzato con il concetto di patriottismo costituzionale europeo, una comunità politica fondata su valori condivisi e non su identità etniche o nazionali. Né nel senso in cui Larry Siedentop, in Democrazia in Europa, individuava nel deficit democratico delle istituzioni comunitarie il vero ostacolo all'integrazione: non la mancanza di volontà popolare, ma la resistenza delle élite nazionali a cedere potere. L'integrazione nel senso profondo significa cessione di sovranità verso un centro: un bilancio comune con capacità fiscale autonoma, una politica estera con un ministro che parla a nome di tutti, una difesa con un comando unificato.

I partiti che hanno vinto questa battaglia cooperano quando gli conviene. Non cederanno mai competenze sostanziali a Bruxelles su fiscalità, difesa, politica estera. I centri di rimpatrio nei Paesi terzi saranno gestiti dai singoli governi, non da un'agenzia europea con mandato autonomo. È coordinamento, non integrazione.

I cittadini vogliono più Europa. I governi no.

Qui emerge la crepa più profonda. Il 90% dei cittadini europei ritiene che gli stati membri dovrebbero essere più uniti per affrontare le sfide globali. Il 78% crede che un numero crescente di progetti richiederà finanziamenti comuni. Il 73% è favorevole all'introduzione di nuove fonti di entrate proprie dell'UE. Sono numeri straordinari. Dicono che la cittadinanza europea è molto più avanti dei suoi governi sul tema dell'integrazione.

E non è tutto. Solo il 36% degli europei si fida del proprio governo nazionale e il 37% del proprio parlamento nazionale, contro il 52% che si fida dell'Unione europea. I cittadini si fidano di più di Bruxelles che dei propri governi. Ma i governi che controllano il Consiglio europeo sono prevalentemente governati da forze che considerano la sovranità nazionale intoccabile.

I rapporti Draghi e Letta: lettera morta o ultimo avvertimento?

Nel settembre 2024, Draghi ha presentato un rapporto che stima il fabbisogno di investimenti aggiuntivi per l'UE in 750-800 miliardi di euro all'anno, pari al 5% del PIL, una cifra superiore persino all'1-2% del Piano Marshall. Per finanziarla, Draghi ha detto esplicitamente che sarà necessario emettere debito comune sovranazionale. Letta aveva avvertito che l'attuazione di quel testo avrebbe costituito l'ultima finestra di opportunità per mettere fine alla frammentazione.

Quella finestra non è stata aperta. Il rapporto è rimasto in larga parte inattuato. Poco o nulla è stato fatto sulla riduzione dei costi dell'energia, sulla concentrazione delle risorse per far crescere le imprese, sugli investimenti nell'intelligenza artificiale o sulla realizzazione di un vero mercato unico dei capitali. La stessa Commissione europea nel Rapporto 2026 sul Mercato Unico riconosce come il principale motore dell'integrazione sia oggi rallentato da ostacoli nazionali e barriere interne.

I rapporti Draghi e Letta sono lettera morta per la parte che conta davvero, quella che richiede integrazione fiscale, debito comune, politica industriale sovranazionale. Sopravvivono in forma ridotta solo dove si limitano a coordinamento intergovernativo.

Perché il sostegno all'Europa non si trasforma in voti

Qui sta la domanda più difficile. Se la maggioranza degli europei vuole più integrazione, perché continuano a vincere i nazionalisti? La risposta ha cinque componenti, e sono tutte scomode.

La prima riguarda il peso reale che i temi hanno nel momento del voto. I cittadini europei vogliono più Europa, ma questa preferenza non è abbastanza urgente da determinare la loro scelta elettorale. Il federalismo europeo è qualcosa in cui si crede in astratto, non qualcosa per cui si scende in piazza o si cambia partito. Secondo l'Eurobarometro autunno 2025, il tema determinante per il voto è il costo della vita per il 41% degli intervistati, l'immigrazione per il 35%, la sicurezza per il 28%. L'integrazione europea come priorità elettorale diretta raccoglie meno del 5%. La destra vince perché occupa i temi che fanno paura. Il sogno europeo non fa paura a nessuno, e quindi non sposta voti.

La seconda è la struttura delle elezioni europee. Non esiste uno spazio politico europeo reale. Le elezioni europee sono di fatto 27 elezioni nazionali di secondo ordine, dove gli elettori puniscono i governi in carica e premiano le opposizioni più rumorose. Strutturalmente favorisce l'estrema destra, quasi sempre all'opposizione.

La terza è la credibilità perduta. I partiti che storicamente hanno governato l'Europa sono associati nell'immaginario popolare con le crisi degli ultimi vent'anni: l'austerità del 2010-2015, la gestione caotica dei migranti nel 2015, la pandemia, l'inflazione. Quando propongono più Europa, l'elettore ragiona: più Europa come quella che ho già vissuto?

La quarta è l'assenza di narrativa identitaria. La politica moderna si vince sull'identità, non sul programma. L'argomento "l'Europa ci rende più competitivi contro Cina e USA" è razionalmente corretto ma emotivamente vuoto. "I nostri confini, la nostra gente, il nostro futuro" è razionalmente semplice ma emotivamente potente.

La quinta è strutturale. Le forze politiche che oggi dominano il Consiglio europeo traggono legittimità dall'esistenza degli stati nazionali come unità politiche sovrane. Un'Europa federale con governo, bilancio e politica estera comuni priverebbe Meloni, Le Pen e i loro alleati della loro ragion d'essere. Sono strutturalmente incentivati a non costruirla.

Serve un movimento paneuropeo. Ma costruirlo è più difficile di quanto sembri.

Se la maggioranza dei cittadini europei vuole più integrazione, la domanda logica è questa: perché non nasce un movimento o un partito politico genuinamente paneuropeo, con una direzione coordinata da leader di più nazioni e un programma comune di integrazione? La domanda è giusta. E i tentativi ci sono stati.

Il Partito Socialista Europeo esiste dal 1992, il PPE ancora prima. Ma sono federazioni di partiti nazionali, non partiti europei veri. Ogni segretario nazionale fa campagna su temi nazionali, con simboli nazionali, davanti a elettori nazionali. L'etichetta europea è un dettaglio sul materiale elettorale. L'unico tentativo serio di costruire qualcosa di genuinamente transnazionale è stato Volt Europa, fondato nel 2018, con lo stesso programma e gli stessi candidati in tutti i paesi. È entrato in diversi parlamenti nazionali, ha eletti al Parlamento europeo. Ma rimane un partito di nicchia, con base prevalentemente giovane e urbana.

Il problema principale è legale e strutturale. I partiti europei non possono fare campagna elettorale nei singoli stati con fondi europei. Non possono presentare liste proprie alle elezioni nazionali, che sono quelle che contano davvero per il peso politico nel Consiglio. Il sistema è costruito, consapevolmente o no, per impedire la nascita di una politica genuinamente europea.

Il secondo problema è la lingua, intesa in senso ampio. Un movimento paneuropeo ha bisogno di leader che parlino a tutti gli europei contemporaneamente. Non esiste ancora uno spazio mediatico europeo: nessuna televisione, nessun giornale, nessuna piattaforma che aggreghi un'opinione pubblica continentale. Senza un demos europeo, non può nascere una politica europea.

Il terzo problema è quello che il politologo Peter Mair chiamava il vuoto: i partiti tradizionali si sono allontanati dalla società civile e sono diventati apparati di potere. Un nuovo partito europeo dovrebbe costruire radicamento sociale in venti paesi contemporaneamente, con risorse limitate e senza accesso ai media nazionali dominanti.

Eppure il momento potrebbe essere più propizio di quanto sembri. La minaccia esistenziale è l'elemento nuovo che non esisteva dieci anni fa. La dipendenza tecnologica dagli Stati Uniti, il disimpegno americano dalla difesa europea, la competizione cinese, il cambiamento climatico: sono tutte sfide che nessuno stato europeo può affrontare da solo, e che i cittadini percepiscono sempre più chiaramente come tali. È esattamente il tipo di paura che può costruire un'identità politica comune. Non la paura degli stranieri, che divide. La paura dell'irrilevanza, che potrebbe unire.

Draghi lo ha detto. Siedentop lo aveva anticipato. Habermas lo teorizza da trent'anni. Il problema è che nessuno ha ancora trasformato quell'analisi in organizzazione politica concreta. Finché non accade, la volontà popolare di più Europa continuerà a disperdersi in venti sistemi elettorali nazionali, senza trovare una sponda politica all'altezza.

Cosa manca

Per convogliare la volontà popolare di maggiore integrazione su forze politiche che la perseguano davvero servirebbero tre cose che oggi mancano tutte. Uno spazio pubblico genuinamente europeo, con media e dibattito transnazionale capaci di creare un demos europeo oltre i confini nazionali. Partiti che competano davvero su scala europea, con candidati, programmi e campagne continentali. E una narrativa identitaria pro-europea che faccia leva sulla paura giusta: non la paura degli stranieri, ma la paura di irrilevanza geopolitica, di dipendenza tecnologica, di un continente che smette di contare.

Draghi lo ha detto con precisione chirurgica: o cambiamo radicalmente o sarà una lenta agonia. È un argomento emotivamente potente. Il problema è che nessun partito lo ha fatto proprio come battaglia esistenziale. Lo hanno letto come un rapporto tecnico. E i rapporti tecnici non vincono elezioni.

Il federalismo europeo non è morto per colpa della destra. È morto perché nessuno ha avuto il coraggio di difenderlo come si difende qualcosa a cui si tiene davvero. La destra si sta semplicemente sedendo sulla sua tomba, dichiarando vittoria.