La Germania che non volevamo

Il riarmo tedesco è un dato di bilancio, non una proiezione allarmistica. Ma l'Europa non ha ancora deciso se vuole inquadrarlo in una struttura comune o lasciare che la Germania più grande potenza industriale del continente si riarmi da sola.

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Il riarmo tedesco che l'Europa non sa come inquadrare

C'è una frase che circola nei corridoi di Bruxelles e che nessuno pronuncia ad alta voce: entro il 2035 la Germania avrà una spesa militare pari a quella di Francia e Gran Bretagna sommate. Non è una proiezione allarmistica. È un dato di bilancio. E ogni volta che ci ripenso, mi chiedo perché ne parliamo così poco.

Franziska Brantner, leader dei Verdi tedeschi, ha avuto il coraggio di dire quello che i diplomatici europei si limitano a pensare: "La Germania sta per diventare la prima potenza militare convenzionale in Europa." E poi ha aggiunto qualcosa che non riesco a togliermi dalla testa: "Mai nella storia moderna il nostro continente aveva avuto al suo centro una Germania allo stesso tempo pacifica e militarmente dominante."

Dovremmo riflettere sulle considerazioni di Franziska Brantner.

Perché la Germania si è buttata nel riarmo

Le spiegazioni ufficiali sono tre, e sono tutte vere. La prima: riempire il vuoto lasciato dal disimpegno americano. La seconda: rispondere alla minaccia russa sul fianco orientale. La terza: rispettare gli impegni NATO sul 2% del PIL.

Ma c'è una quarta spiegazione che nessuno enuncia ufficialmente e che trovo forse la più inquietante: la Germania ha visto nel riarmo uno strumento per risollevare una base industriale e tecnologica in crisi profonda.

Il paese non è cresciuto quasi nulla in sette anni. Le infrastrutture sono deteriorate. Il ritardo digitale è imbarazzante per una potenza manifatturiera. I treni, un tempo simbolo dell'efficienza tedesca, sono diventati un disastro. In questo contesto, un programma di riarmo massiccio non è solo una risposta geopolitica: è uno stimolo industriale, un piano di reindustrializzazione mascherato da necessità strategica. Commesse per l'industria pesante, investimenti in tecnologia militare, occupazione qualificata, export di sistemi d'arma. La Germania ha un modello consolidato per questo tipo di rilancio. Lo ha già fatto, con risultati straordinari, nel dopoguerra. È proprio questo che mi preoccupa.

C'è poi un quinto motivo, ancora meno detto: il desiderio di riprendere il ruolo di guida europea che fu uno dei moventi originari della costruzione comunitaria. Non per egemonia nel senso antico. Per responsabilità, nel senso che una potenza della sua dimensione non può permettersi di stare in seconda fila quando il continente è sotto pressione. Berlino lo sa. E si sta attrezzando di conseguenza.

Come reagisce il resto d'Europa

Le reazioni dei governi europei al riarmo tedesco raccontano molto sullo stato del continente. E non mi rassicurano.

La Polonia è quella che guarda con più favore, almeno in apparenza. Varsavia spende già oltre il 4% del PIL in difesa, più di qualsiasi altro membro NATO, e ha tutto l'interesse a che la Germania si schieri militarmente sul fianco orientale. Ma dietro l'approvazione pubblica c'è una diffidenza storica che non sparisce: la Polonia vuole sì una Germania abbastanza forte per dissuadere la Russia dal provarci, ma nello stesso tempo non abbastanza per tornare ad essere un problema. Il Settembre del '39 c'è ancora qualcuno che l'ha vissuto in prima persona.

La Francia ha il problema opposto. Parigi ha costruito per decenni la propria identità strategica sull'essere la principale potenza militare dell'Europa continentale. Un riarmo tedesco che la supera in termini di spesa ridisegna quell'identità in modo scomodo. Macron ha risposto con la proposta di autonomia strategica europea, che in teoria è multilaterale ma in pratica assegna alla Francia un ruolo di leadership naturale. La Germania che si riarma non è nei piani di questo progetto, almeno non in questa forma.

Il Regno Unito osserva da fuori, con la complessità di chi è uscito dall'Unione ma resta dentro la NATO. Londra ha interesse a una Germania militarmente solida perché rafforza l'alleanza atlantica sul fianco est. Ma ha anche interesse a che questa solidità non si traduca in un'Europa della difesa autonoma che escluda il contributo britannico. È il solito doppio gioco post-Brexit: vicini abbastanza da contare, lontani abbastanza da non vincolarsi.

L'Italia, con il ministro Crosetto, ha offerto la sintesi più pragmatica. Crosetto esclude la creazione di un esercito europeo centralizzato, che i Trattati non consentono e che nessun governo nazionale è disposto ad accettare. Il suo modello è diverso: integrazione senza unione, forze armate nazionali che operano insieme con schemi di interoperabilità NATO, messe a fattor comune senza essere fuse. È una proposta realista, che riconosce i limiti politici reali e prova a lavorarci dentro. Ma mi chiedo se "integrazione" senza una struttura comune non rischi di diventare coordinamento informale, che funziona finché tutti sono d'accordo e si inceppa esattamente quando serve di più.

I paesi frugali, Paesi Bassi, Austria, Danimarca, Svezia, Finlandia, guardano al riarmo tedesco con un misto di sollievo e preoccupazione. Sollievo perché significa che qualcuno sta finalmente prendendo sul serio la sicurezza collettiva. Preoccupazione perché questo stesso riarmo potrebbe essere usato come argomento per aumentare il bilancio comune europeo sulla difesa, togliendo fondi ad altri capitoli. I frugali sono i principali resistenti a ogni forma di spesa europea condivisa. Sono anche geograficamente i più vicini alla Germania. Trovo questa contraddizione difficile da ignorare.

Draghi e i volenterosi

Mario Draghi ha proposto una via d'uscita da questa impasse che ha il pregio della chiarezza e il difetto di essere politicamente impopolare: le coalizioni dei volenterosi.

L'idea è semplice. Dato che l'unanimità dei 27 è impossibile su quasi tutto quello che conta, i paesi che vogliono andare avanti lo fanno, creando strutture di cooperazione rafforzata che non richiedono il consenso di tutti. Sul bilancio comune, sulla difesa integrata, sulla politica industriale. Chi vuole partecipa, chi non vuole rimane fuori ma non blocca gli altri.

È una proposta che ha il sapore del pragmatismo post-ideologico che ha caratterizzato l'intera carriera di Draghi. Riconosce i limiti politici reali senza rassegnarsi ad essi. E indica una via che, per ironia della storia, è la stessa che ha sempre funzionato: andare avanti in pochi, lasciando la porta aperta agli altri.

Il rischio, che Draghi conosce bene e che mi torna in mente ogni volta che sento parlare di "volenterosi", è che questa volta i "pochi" non bastino, e che la porta rimanga aperta mentre fuori il mondo cambia troppo in fretta per aspettare chi è rimasto indietro.

Il problema che non vogliamo vedere

I padri fondatori, Monnet, Schuman, De Gasperi, non volevano l'Europa perché erano idealisti. La volevano perché avevano visto cosa succede quando la Germania agisce da sola. Non perché fossero tedescofobi: perché avevano capito che una grande potenza senza cornice istituzionale è intrinsecamente destabilizzante, per sé e per tutti. Avevano ragione allora. Temo abbiano ragione ancora oggi.

I frugali oggi stanno smontando quella cornice per risparmiare qualche miliardo sul bilancio comune, mentre la Germania spende 100 miliardi l'anno in armi.

I frugali che frenano sul bilancio comune e sulla difesa europea non stanno impedendo il riarmo. Stanno impedendo che il riarmo sia europeo. E il risultato è che il paese più grande, più ricco e più industrialmente attrezzato del continente si riarma da solo, più velocemente di tutti, senza che ci sia una struttura comune abbastanza forte da inquadrarlo.

Questo è esattamente lo scenario che la costruzione europea aveva come missione storica impedire. Non per diffidenza verso i tedeschi di oggi, che sono profondamente diversi da quelli di ottant'anni fa. Ma perché la storia insegna che le grandi potenze militari senza cornice istituzionale tendono a produrre instabilità, anche quando le loro intenzioni sono buone.

I frugali stanno risparmiando qualche miliardo sul bilancio comune. Stanno rimettendo l'orologio della storia dove avevamo giurato di non metterlo più. E questo, francamente, mi spaventa.

Quello che Di Lorenzo non dice, ma pensa

Giovanni di Lorenzo, direttore di Die Zeit, quando gli chiedono se sia ottimista o pessimista sulla Germania, riflette un po' e risponde: "In questo momento abbiamo la responsabilità di essere fiduciosi. Nonostante tutto."

È la risposta di un uomo intelligente che sa che la fiducia, in certi momenti storici, non è un sentimento. È una scelta politica. È l'unica alternativa al cedere al pessimismo che paralizza.

Vorrei condividere quella fiducia. L'Europa ha la stessa responsabilità che descrive Di Lorenzo. Non può permettersi il lusso del pessimismo. Ma non può nemmeno permettersi la distrazione dei frugali, che guardano i decimali del bilancio mentre il continente ridisegna i propri equilibri militari.

La Germania che si riarma da sola non è una minaccia. È un sintomo. Il sintomo di un'Europa che non ha ancora deciso se vuole esistere come attore politico unitario o tornare a essere un insieme di stati nazionali che competono e si temono.

Quella scelta, rimandata da trent'anni, non si può rimandare ancora. E non sono sicuro che ne siamo consapevoli.