L’Europa che non sappiamo volere

Il progetto c'è. La volontà politica no. E il tempo sta finendo.

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C’è una cosa che non riesco a togliermi dalla testa da qualche mese. Ogni volta che leggo un sondaggio sulle elezioni in Germania, in Francia, in Italia, in Polonia, la parola “Europa”compare quasi sempre come elemento di contorno. Un dato di sfondo. Qualcosa che esiste, come esiste la gravità, e che per questa ragione non vale la pena discutere. I demagoghi di destra la usano come bersaglio perché funziona: promettono di riprendersi la sovranità da Bruxelles, di tornare padroni in casa propria, di mettere il proprio paese al primo posto. E funziona perché tocca qualcosa di reale. La sensazione che qualcosa sia stato ceduto senza che nessuno chiedesse il permesso. Che decisioni importanti vengano prese lontano, in stanze dove non ci si vede in faccia.

Quello che i demagoghi non dicono mai, e che i loro avversari spiegano troppo male, è che quella cessione di sovranità è già avvenuta. Non verso Bruxelles. Verso Washington, verso Pechino, verso i consigli di amministrazione di una manciata di aziende californiane. Il 13 giugno scorso, un governo straniero ha spento in novanta minuti i modelli di intelligenza artificiale più avanzati disponibili a quattrocentocinquanta milioni di europei. Nessun parlamento europeo è stato consultato. Nessun governo ha potuto opporsi. Nessuna legge europea ha retto. Questo è il volto reale della sovranità perduta. Non è a Bruxelles che è andata a finire. È altrove.

Scrivo questo pezzo perché Frontiera Europa non può essere solo un blog, uno spazio, di ciò che non funziona. Le accuse sono facili, e spesso giuste, ma non bastano. Quello che voglio provare a fare oggi è qualcosa di più difficile: prendere sul serio l’idea che un’Europa diversa sia possibile, e capire chi, negli ultimi due secoli, ci ha già provato a pensarla.

I predecessori scomodi

La storia del federalismo europeo non comincia con i trattati. Comincia con le visioni, e le visioni arrivano da ogni angolo del continente, molto prima che qualcuno avesse il potere di trasformarle in istituzioni.

Victor Hugo lo disse nel 1849, al Congresso della Pace di Parigi, con quella chiarezza visionaria che era il suo marchio: verrà un giorno in cui la guerra sembrerà assurda tra Parigi e Londra, tra Pietroburgo e Berlino, tra Vienna e Torino, esattamente come oggi sarebbe assurda tra due città dello stesso paese. E verrà un giorno in cui si vedranno gli Stati Uniti d’America e gli Stati Uniti d’Europa tendersi la mano al di sopra dei mari. Non era un programma politico. Era una profezia, pronunciata da un uomo che aveva capito che il nazionalismo, portato alle sue conseguenze logiche, avrebbe incendiato il continente. Aveva ragione, ma ci vollero due guerre mondiali per dimostrarlo.

Richard von Coudenhove-Kalergi, figlio di un diplomatico austro-ungarico e di una madre giapponese, fondò nel 1923 il movimento Paneuropa, il primo movimento federalista europeo organizzato della storia. Il suo manifesto era semplice: l’Europa doveva unirsi o soccombere. Pochi lo presero sul serio. Aristide Briand, ministro degli esteri francese, lo prese sul serio abbastanza da proporre nel 1929 alla Società delle Nazioni una federazione europea formale. La proposta fu sepolta dalla Grande Depressione e dall’ascesa del nazismo.

Altiero Spinelli aveva trentatré anni quando scrisse il Manifesto di Ventotene, nel 1941, al confino su un’isola al largo di Napoli. Era comunista, poi no, poi antifascista senza aggettivi, come tutte le forze elette all'Assemblea costituente. La sua tesi era radicale: il problema dell’Europa non era la malvagità dei suoi governanti, ma la struttura stessa degli Stati nazionali. La soluzione non era cooperare meglio. Era cedere la sovranità a un’istituzione sovranazionale dotata di poteri reali.

Luigi Einaudi, futuro presidente della Repubblica italiana, arrivò a conclusioni simili per una strada diversa. Per lui il problema era economico prima che politico: un’economia moderna non poteva prosperare nei confini stretti degli stati-nazione europei.

Denis de Rougemont, filosofo svizzero e uno dei padri del federalismo europeo del dopoguerra, aggiungeva una dimensione culturale che gli altri trascuravano: l’Europa non era un’entità politica da costruire, ma una civiltà da riconoscere, fatta di tensioni creative tra diversità che non si annullano ma si parlano.

Carlo Cattaneo, che è del secolo prima, scriveva nelle sue memorie sull’insurrezione del 1848 che avremmo avuto pace vera solo quando avremmo avuto gli Stati Uniti d’Europa.

Nessuno di questi pensatori era un illuso. Erano uomini che avevano visto da vicino cosa succede quando gli stati europei si scontrano invece di cooperare. La loro utopia nasceva dall’esperienza del disastro, non dall’ingenuità.

I padri fondatori

Pensare all’Europa unita come a un’idea è una cosa. Costruirla è un’altra. E la costruzione, quando finalmente cominciò, fu opera di uomini che avevano in comune una cosa sola:avevano visto la guerra dall’interno, e non volevano rivederla.

Jean Monnet era francese, nato in una famiglia produttrice di Cognac, è il più pragmatico visionario che l’Europa abbia mai prodotto. Non credeva nei grandi discorsi. Credeva nelle istituzioni. La sua intuizione fondamentale era che gli stati europei non si sarebbero mai uniti per convinzione ideale, ma avrebbero potuto essere portati a condividere interessi concreti fino al punto in cui la separazione sarebbe diventata impossibile. La CECA, la Comunità europea del carbone e dell’acciaio, nata nel 1951, era esattamente questo: mettere in comune le materie prime della guerra fino a rendere la guerra stessa impensabile tra i paesi che le condividevano.

Robert Schuman, francese di nascita ma lussemburghese di formazione, ministro degli esteri francese negli anni cruciali, fu la firma politica di quel piano. Konrad Adenauer, cancelliere della Germania occidentale, capì che la riconciliazione con la Francia era il prezzo necessario per restituire alla Germania un posto nel mondo. Alcide De Gasperi, presidente del consiglio italiano, portò un paese sconfitto e devastato dentro un progetto che lo trattava da pari. Insieme, questi uomini resero possibile il Trattato di Roma del 1957. Non perché fossero idealisti. Ma perché erano realisti abbastanza lucidi da capire che il vecchio ordine europeo aveva prodotto due catastrofi in trent’anni, e che non c’era ragione di pensare che non ne avrebbe prodotta una terza.

Il filosofo che abbiamo perso

Jürgen Habermas è morto nel marzo di quest’anno, a novantasei anni. Era il filosofo europeo più importante della seconda metà del Novecento, e fino alla fine ha continuato a scrivere sull’Europa con una chiarezza che imbarazzava molti dei suoi colleghi più giovani.

La sua tesi fondamentale era questa: lo Stato-nazione non è un dato naturale. È una costruzione narrativa, una storia che le élite del diciannovesimo secolo hanno raccontato ai propri cittadini fino a farla sembrare ovvia. Se quella storia ha funzionato una volta, può essere sostituita da un’altra storia, più grande. Un patriottismo costituzionale, lo chiamava: l’attaccamento non a una bandiera o a un’etnia, ma a un insieme di principi condivisi, di diritti, di procedure democratiche. L’Unione Europea era, ai suoi occhi, l’unico esperimento politico al mondo che stesse provando a costruire qualcosa del genere.

Pochi mesi prima di morire aveva scritto che l’Europa poteva uscire dalla sua crisi d’identità solo con un progetto ambizioso, che smettesse di affidarsi passivamente alla protezione americana. La sua conclusione era netta: l’UE deve essere in grado di agire da sola, politicamente e militarmente, per tutelare la propria esistenza e quella dei suoi cittadini. Nonera un appello retorico. Era l’analisi di un uomo che aveva dedicato ottant’anni a capire come funzionano le democrazie, e che verso la fine aveva concluso che senza sovranità condivisa non c’è democrazia che regga.

Il banchiere che dice quello che i politici non dicono

Mario Draghi ha vinto il Premio Carlo Magno quest’anno, il riconoscimento più importante che l’Europa conferisce a chi ha contribuito all’integrazione del continente. Lo ha vinto per il suo rapporto sulla competitività europea, presentato nel settembre 2024, che contiene 383 proposte concrete e una diagnosi che nessun politico europeo aveva avuto il coraggio di formulare in termini così diretti.

Il succo è questo: l’Europa sta perdendo la partita tecnologica, energetica e militare perché è frammentata. Non perché i suoi stati siano poveri o stupidi, ma perché ciascuno agisce per conto proprio in un mondo dove le economie di scala appartengono a chi agisce insieme. Gli Stati Uniti spendono in ricerca e sviluppo il doppio dell’Europa. La Cina ha costruito una filiera industriale integrata che nessuno stato europeo singolarmente può competere.

L’Europa nel frattempo ha ventisette sistemi fiscali, ventisette mercati dei capitali, ventisette politiche industriali che si contraddicono a vicenda. Draghi propone debito comune europeo, un bilancio comune per gli investimenti, politiche industriali continentali. Non lo dice con il linguaggio dell’utopia federalista. Lo dice con il linguaggio del banchiere centrale che sa fare i conti. Il suo punto è che le alternative al federalismo economico non sono il ritorno alla sovranità nazionale. Sono il declino lento ma irreversibile.

Christine Lagarde, presidente della BCE, ha sottoscritto le sue analisi nel novembre del 2025. Non è un dettaglio: è la banchiera centrale più potente d’Europa che dice, in sostanza, che il modello attuale non è sostenibile.

Perché gli elettori non ci credono

La domanda difficile è questa: se i grandi pensatori d’Europa convergono da decenni sulle stesse conclusioni, perché gli elettori continuano a scegliere chi promette il contrario?

La risposta onesta è che cedere sovranità fa paura. Non perché la gente sia stupida, ma perché la sovranità è l’unica leva che si vede. Se il governo italiano prende una decisione sbagliata, in teoria si possono eleggere altri. Se la decisione la prende Bruxelles, non è chiaro chi chiamare in causa, chi non votare più, chi punire. Il deficit democratico dell’Unione Europea è reale, non è un’invenzione sovranista. Le istituzioni europee sono lontane, tecniche, difficili da capire, e spesso comunicano come se comunicare fosse un problema degli altri.

I demagoghi hanno capito questo prima degli europeisti. Hanno capito che le paure si alimentano con la prossimità, con il nemico vicino, con la promessa di un controllo che sembra a portata di mano. L’Europa è astratta. Il migrante, il burocrate di Bruxelles, il giudice europeo che non si è votato, questi sono concreti.

Quello che manca, da sempre, è qualcuno che sappia raccontare l’Europa con la stessa intensità emotiva con cui i nazionalisti raccontano la nazione. Non è un problema di idee. Le idee ci sono, e sono buone. È un problema di linguaggio, di narrazione, di chi si prende la briga di stare in piazza invece che in convegno.

Il momento in cui siamo

C’è qualcosa di paradossale che unisce gli europei negli ultimi anni. Le crisi che avrebbero dovuto rendere l’Europa impossibile, disgregandola e disarticolandola come la pandemia, la guerra in Ucraina, con la disinformazione "trollistica" russa, lo shock energetico, adesso la dipendenza tecnologica da una paese che si credeva amico per sempre, stanno invece lentamente rendendo l’Europa necessaria.

Non perché i governi siano diventati più generosi o più lungimiranti e appunto più europeisti. Ma perché i costi della frammentazione sono diventati visibili anche a chi non li voleva vedere.

Il Next Generation EU, il fondo da 800 miliardi creato durante il Covid, è stato il primo vero debito comune europeo della storia. È stato pensato come misura eccezionale, temporanea, non ripetibile. Draghi dice che dovrebbe diventare il modello permanente. Lagarde è d’accordo. Persino governi che cinque anni fa avrebbero respinto l’idea con orrore stanno cominciando a fare i conti su cosa significherebbe non averlo.

La generazione che non ha bisogno di convincersi

Eppure c’è qualcosa che i sondaggi cominciano a mostrare, e che i commentatori più anziani faticano a leggere. Le generazioni sotto i trent’anni, quelle che hanno studiato con Erasmus, che lavorano in paesi diversi dal loro, che hanno amici in cinque capitali europee e non trovano niente di strano in questo, non vivono l’Europa come un’istituzione. La vivono come un dato di fatto. Come l’aria.

Non sono europeisti per convinzione ideologica. Sono europei per esperienza. E quando qualcuno prova a spiegargli che dovrebbero sentirsi prima italiani, prima francesi, prima polacchi, la risposta che danno, quando la danno, suona come una domanda: perché?

Questa generazione non ha ancora trovato il linguaggio politico per trasformare quella sensazione in voto, in movimento, in pressione sulle istituzioni. Ma la materia prima c’è, è diffusa, è più robusta di quanto sembri dai titoli dei giornali.

L’intuizione che la sfida narrativa sull’Europa unita sia adesso, non domani, non dopo la prossima crisi, questa intuizione esiste. Ed è la prima volta, forse, che esiste davvero dal basso e non per decreto di qualche fondatore visionario rinchiuso su un’isola.

Spinelli scriveva il Manifesto di Ventotene mentre l’Europa bruciava. Non perché fosse ottimista. Ma perché sapeva che i momenti di crisi sono gli unici in cui le cose cambiano davvero. Oggi non siamo su un’isola di confino. Siamo connessi, visibili, e in molti.

Il momento è adesso.