L'Occidente che non c'è più
L'Occidente si è spezzato dall'interno, lungo una frattura che separa due definizioni incompatibili della stessa parola. Hegseth a Bruxelles, Trump che umilia Meloni dopo il G7. L'Europa deve scegliere da che parte stare.
Hegseth a Bruxelles, Trump umilia Meloni, e la parola "Occidente" si spezza in due
Giovedì 18 giugno, a Bruxelles, Pete Hegseth ha fatto una cosa che nessun Segretario alla Difesa, alla Guerra secondo la nuova definizione del ruolo, americano aveva mai fatto in settant'anni di storia della NATO: ha usato il palco dell'Alleanza atlantica per tenere un comizio elettorale davanti ai propri alleati.
Ha attaccato le politiche europee sull'immigrazione e la parità di genere in toni che hanno ricordato il discorso di JD Vance alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco del febbraio 2025. "Invece di carri armati, caccia e difese aeree", ha detto Hegseth, "l'attenzione si è concentrata sull'equità di genere e sul cambiamento climatico. Le frontiere europee sono rimaste spalancate, i bilanci della difesa sono crollati, insieme alla fiducia dell'Europa in se stessa e nella propria civiltà."
È tutto falso. Ma la verità dei fatti non era il punto. Il punto era il segnale politico.
Hegseth ha anche attaccato gli alleati europei per non aver concesso alle forze americane l'accesso alle basi in Europa per lanciare attacchi contro l'Iran, definendo questo comportamento "vergognoso". "Questi alleati hanno messo a rischio i figli e le figlie d'America negando loro l'accesso prevedibile a basi, sorvolo e infrastrutture che non avrebbero mai dovuto essere in discussione", ha detto.
Vale la pena fermarsi su questa frase. Hegseth sta dicendo che gli europei avrebbero dovuto permettere agli Stati Uniti di usare il loro territorio per attaccare un paese terzo in una guerra che l'Europa non aveva scelto, non aveva approvato e che riguardava interessi americani e del suo alleato medio-orientale. E li chiama vergognosi perché non lo hanno fatto. È la logica del vassallo, non dell'alleato.
Gli alleati, riportano le agenzie, erano "irritati". Usiamo questa parola pudica!
Quello che Hegseth ha portato a Bruxelles non è una rinegoziazione. È un ultimatum formulato con il tono di chi sa già che l'altra parte non ha molte alternative. La NATO 3.0, nella visione americana, è un'alleanza in cui gli europei pagano, gli americani decidono quando e se intervenire, e la garanzia di sicurezza collettiva diventa una variabile dipendente dalla volontà di un singolo esecutivo a Washington.
Una storia lunga settant'anni
La frustrazione americana per il disimpegno europeo sulla difesa non è una novità di Trump. È quasi coeva alla NATO stessa. Nel 1953, il presidente Eisenhower avvertì gli alleati europei che "il pozzo americano può prosciugarsi" e li pressò ad assumersi una quota maggiore del peso della difesa collettiva.
Il momento di svolta più significativo è però il 2014. Al vertice NATO in Galles, gli alleati concordarono l'obiettivo del 2% del PIL destinato alla difesa da raggiungere entro il 2024. Ogni amministrazione americana, da allora, ha spinto gli europei a spendere di più. Obama lo ha chiesto con diplomazia. Trump lo ha trasformato in minaccia al primo mandato. Biden ha ripristinato i toni cordiali. Trump al secondo mandato ha deciso che la cordialità era sopravvalutata.
La differenza oggi non è nel contenuto del messaggio ma nella forma. Gli alleati europei imparano ogni giorno a fare i conti con un alleato sempre più imprevedibile.
Il ponte che non reggeva il traffico
Passiamo a Meloni. Il suo progetto strategico aveva una logica interna: essere sufficientemente nazionalista e culturalmente allineata con la destra trumpiana da godere di un accesso privilegiato, ma sufficientemente europeista e atlantista da fungere da interlocutore credibile per le cancellerie del continente. Un equilibrismo che richiedeva, come condizione minima, che dall'altra parte ci fosse qualcuno disposto a fare finta di rispettarlo.
Quella condizione non esiste più, se mai è esistita. Trump non ha bisogno di un ponte verso l'Europa perché non ha nessuna intenzione di venirci. La sua amministrazione non considera l'Europa un alleato da gestire con cura, ma un insieme di paesi che per decenni hanno vissuto sotto l'ombrello militare americano senza pagarne il costo reale, e che ora devono fare i conti con il fatto che quell'ombrello potrebbe chiudersi.
In questo schema, Meloni non è un interlocutore privilegiato. È, al massimo, uno dei tanti premier europei: un po' più simpatica per via delle posizioni sui migranti e sulla famiglia tradizionale, un po' meno per via del fatto che l'Italia continua a spendere l'1,49% del PIL in difesa. Il resto è folklore.
La conferma è arrivata il giorno dopo il G7 di Evian, dove i due si erano incontrati con sorrisi e strette di mano che sembravano segnalare un disgelo. In una telefonata andata in onda su La7, Trump ha liquidato Meloni con una frase che vale più di qualsiasi analisi diplomatica: "Mi ha implorato di fare una foto con lei. Mi ha fatto pena." Poi, incalzato, ha aggiunto: "Non voglio Meloni come fan." La risposta di Palazzo Chigi è stata secca: "Sono allibita. L'Italia non implora." Ma il danno era fatto, e fatto in pubblico, davanti a tutti. Il ponte non reggeva il traffico. Reggeva a malapena il peso di una fotografia.
La guerra per la parola "Occidente"
C'è una frattura che attraversa il dibattito geopolitico di questi anni e che viene sistematicamente sottovalutata. Non è la frattura tra Occidente e il resto del mondo: quella esiste, ma è meno decisiva di quanto sembri. È la frattura dentro l'Occidente stesso, lungo una linea di faglia che divide due definizioni incompatibili di cosa quella parola significhi.
La prima definizione è etno-religiosa. L'Occidente come civiltà bianca e cristiana, definita per esclusione: contro l'Islam, contro l'immigrazione, contro ciò che viene percepito come dissoluzione dell'ordine naturale, famiglie tradizionali, ruoli di genere codificati, gerarchia sociale fondata su appartenenza. È una visione che ha radici profonde nella storia europea, che non è mai scomparsa del tutto, e che negli ultimi dieci anni ha trovato nuova voce politica organizzata. Salvini e ora Vannacci in Italia, Vox in Spagna, AfD in Germania condividono con i MAGA più radicali degli Stati Uniti una grammatica comune. Il tono cambia, la struttura del pensiero no. Nelle sue versioni più estreme quella grammatica diventa suprematismo bianco senza eufemismi. Le versioni europee sono più educate, ma il confine è più poroso di quanto i rispettivi partiti vogliano ammettere.
La seconda definizione è procedurale e valoriale. L'Occidente come metodo politico: separazione dei poteri, tutela dei diritti individuali contro l'arbitrio dello Stato, pluralismo come valore e non come concessione, costruzione di istituzioni sovranazionali capaci di tenere in equilibrio interessi divergenti. In questa accezione, "Occidente" non descrive chi sei ma come organizzi il potere. Non è un'identità: è un impegno.
Queste due definizioni non sono mai state compatibili, anche se per decenni la Guerra Fredda ha tenuto insieme la coalizione fingendo che lo fossero. Quando il nemico comune era il comunismo sovietico, si poteva fare finta che De Gaulle e i segregazionisti del Sud americano stessero difendendo la stessa cosa. Non lo stavano facendo. Ma il cemento ideologico reggeva.
Quel cemento si è sgretolato. E quello che è rimasto ha reso visibile la crepa.
Gli errori di chi aveva ragione
La storia sarebbe più semplice se la definizione liberaldemocratica avesse mantenuto la propria credibilità. Non è andata così.
Negli ultimi quindici anni, una parte significativa di chi si richiamava ai valori liberali ha commesso errori che la destra identitaria ha sfruttato con abilità. L'eccesso identitario ha prodotto una nuova ortodossia: liste di parole proibite, gerarchie di oppressione applicate con rigidità dottrinale, cancel culture come strumento non di giustizia ma di controllo sociale, una tendenza a leggere ogni problema collettivo attraverso la lente dell'identità individuale fino a rendere impossibile qualsiasi discorso sul bene comune. Il risultato non è stato più giustizia: è stato cedere alla destra il monopolio del buon senso su questioni quali la sicurezza, il controllo dei flussi migratori, la libertà di espressione, che avrebbero dovuto appartenere al campo liberale tanto quanto a quello conservatore.
Chi difendeva la liberaldemocrazia ha offerto alla destra il bersaglio perfetto. E la destra lo ha colpito con precisione.
Questo non giustifica nulla di ciò che Hegseth dice a Bruxelles, né le posizioni di chi considera l'Europa un cimitero di civiltà da salvare con un ritorno a un passato che non è mai esistito nella forma in cui lo si immagina. Ma spiega perché la frattura è diventata così profonda, e perché la parola "Occidente" è oggi un campo di battaglia e non un punto di partenza condiviso.
Meloni nel mezzo
In questo contesto, il progetto strategico di Meloni acquista una luce più impietosa.
Il suo equilibrismo non era soltanto tattico. Rifletteva una contraddizione reale: lei stessa oscilla tra le due definizioni, e lo fa con consapevolezza. A Bruxelles usa il registro procedurale: rispetto delle istituzioni, impegni atlantici, difesa della rule of law. A Budapest usava il registro identitario: civiltà cristiana, famiglia naturale, resistenza alla sostituzione culturale. A Washington sperava di poter usare entrambi a seconda dell'interlocutore.
Trump ha reso quell'ambiguità insostenibile. Non perché abbia scelto il campo identitario, questo era già noto. Ma perché lo ha fatto senza più nemmeno la convenienza tattica di mantenere le apparenze istituzionali. Quando attacca i giudici che bloccano i suoi decreti, non si lamenta di un intoppo burocratico: nega la separazione dei poteri come principio. Quando smantella le istituzioni di supervisione, non taglia la spesa: elimina i contrappesi. Quando il suo Segretario alla Guerra va a Bruxelles a tenere un comizio, non sta rinegoziando un'alleanza: sta comunicando che l'alleanza, nei termini in cui l'Europa la intende, non esiste più.
Chi pensava di poter stare a cavallo dei due campi si ritrova a scoprire che uno dei due si è spostato abbastanza da rendere il salto impossibile. Meloni non è caduta in una trappola. È rimasta ferma mentre il terreno si muoveva.
Quello che resta
Non è un problema di sentimenti feriti. Non è nemmeno, principalmente, un problema diplomatico. È un problema di allineamento strategico su questioni concrete: difesa comune, standard regolatori, rapporti con la Cina, protezione dei dati, diritti fondamentali come precondizione della cooperazione istituzionale.
Su ognuno di questi dossier, la distanza tra l'Europa e l'amministrazione americana attuale non è di grado. È di natura.
L'Europa può continuare a parlare di "Occidente" come di una famiglia allargata che attraversa un momento difficile. Oppure può cominciare a ragionare come un attore geopolitico che ha interessi propri, valori propri, e la necessità urgente di strutture proprie, a partire dalla difesa, che non dipendano dalla benevolenza di un alleato che ha smesso di voler essere tale.
La seconda opzione è più costosa. Forse la più onesta.