Il Mondo Senza Bussola
Trump, Netanyahu, l’Iran e il collasso della deterrenza americana
I. L’ARCHITETTO DEL CAOS
C’è una logica, nell’apparente follia del regime degli ayatollah. Una logica fredda, calcolata con la precisione di chi sa di non potersi permettere errori — perché gli errori, in Medio Oriente, si pagano con la sopravvivenza dello Stato. L’Iran non è una potenza convenzionale: non può competere con il nucleare non dichiarato di Israele, non può sfidare sul campo aperto la proiezione militare americana. Sa tutto questo da decenni. E da decenni ha costruito la sua risposta: non uno Stato forte, ma una rete di Stati deboli dipendenti da Teheran; non eserciti regolari, ma proxy — milizie, movimenti, organizzazioni paramilitari sparse dal Libano allo Yemen, dall’Iraq alla Striscia di Gaza.
I teorici di questa dottrina la chiamano “forward defense”, difesa avanzata: combattere il nemico lontano dai propri confini, logorarlo su fronti multipli, rendere insostenibile il costo di un attacco diretto. Se Tel Aviv prova a colpire Teheran, Hezbollah lancia tremila razzi su Haifa. Se Washington minaccia, le milizie irachene chiudono le basi americane in Iraq. Se una rotta commerciale va protetta, gli Houthi possono renderla impraticabile. Il principio è semplice nella forma, devastante negli effetti: il costo della guerra contro l’Iran deve sempre superare il beneficio atteso.
Per quasi trent’anni, questa strategia ha funzionato. Hezbollah è diventato uno Stato nello Stato libanese — con ospedali, scuole, tribunali, e un arsenale militare superiore a quello dell’esercito regolare di Beirut. Nel 2006, ha tenuto testa all’IDF per trentatré giorni: un trauma che Israele non ha mai completamente elaborato. Le milizie irachene, dopo il 2003, hanno svuotato di senso la sovranità di Baghdad, trasformando l’Iraq da avversario regionale a corridoio logistico verso il Mediterraneo. Il sogno di Teheran — un asse continuo dalla capitale iraniana a Beirut, passando per Baghdad e Damasco — era diventato realtà geografica.
Poi è arrivato il 7 ottobre 2023. E con esso, il paradosso più amaro della storia recente: l’attacco di Hamas — il più audace mai condotto contro Israele — ha innescato una reazione che ha smantellato in diciotto mesi ciò che l’Iran aveva costruito in tre decenni. Hezbollah decimato, Nasrallah eliminato, le sue catene di comando frantumate. Hamas in macerie a Gaza. Assad caduto a Damasco, il corridoio siriano perso. E per la prima volta nella storia, missili israeliani hanno colpito il territorio iraniano: i sistemi di difesa aerea di Teheran, così a lungo mitizzati, si sono rivelati fragili come carta velina.
Il regime degli ayatollah si trova oggi in una posizione più vulnerabile di un decennio fa. L’architettura della deterrenza è in rovina. L’unica leva residua è il programma nucleare — ciò che l’Occidente teme di più, e che Teheran usa come ultima moneta di scambio. Nel frattempo, l’economia interna soffoca: inflazione oltre il quaranta per cento, sanzioni devastanti, una popolazione che non si riconosce più nella causa palestinese e vede i miliardi spesi per i proxy come denaro sottratto ai propri figli. La strategia della rete ha retto finché i nodi hanno tenuto. Ora i nodi si sono spezzati, e il ragno è rimasto solo al centro di una tela sfilacciata.
II. L’OSTAGGIO VOLONTARIO
Benjamin Netanyahu è sotto processo penale dal 2020. Corruzione, frode, abuso di fiducia: accuse che in qualsiasi democrazia consolidata avrebbero già chiuso la carriera di un uomo politico. Ma Israele non è una democrazia qualsiasi, e il 7 ottobre ha trasformato ciò che poteva essere la sua fine in una nuova, macabra opportunità di sopravvivenza. Lo stato di guerra sospende tutto: il dibattito interno, le indagini, la pressione dell’opposizione, la crisi della coalizione. Finché i cannoni sparano, il primo ministro è indispensabile.
La coalizione di Netanyahu dipende da Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, due ministri la cui visione del mondo non ammette compromessi: nessuno Stato palestinese, nessun cessate il fuoco che non sia una resa totale di Hamas, nessuna restituzione di terre occupate. Sono loro il vero vincolo operativo della politica israeliana dal 7 ottobre in poi. E loro sono chiari: il giorno in cui si firma un accordo duraturo, il giorno in cui la guerra finisce davvero, la coalizione cade e Netanyahu affronta il processo senza scudi. La guerra, dunque, non è solo uno strumento di sicurezza nazionale. È una polizza assicurativa personale.
Questo produce obiettivi militari strutturalmente impossibili. “Eliminare Hamas” non significa eliminare un esercito: significa eliminare un’idea, una rete sociale, una forma di organizzazione politica radicata in due milioni di persone che vivono in uno dei territori più densamente popolati della Terra. Non si elimina con i bombardamenti. Si può decimarne la struttura militare — e l’IDF lo ha fatto, con efficienza brutale — ma ogni vittima civile produce nuovi combattenti, ogni maceria diventa materiale di reclutamento per la prossima generazione. Gaza, dopo diciotto mesi di guerra, non è più sicura. È solo devastata.
Il numero delle vittime civili palestinesi ha già superato qualsiasi soglia di accettabilità per la maggior parte dell’opinione pubblica mondiale. Governi tradizionalmente filo-israeliani — dalla Spagna all’Irlanda, dal Belgio alla Norvegia — hanno riconosciuto lo Stato palestinese. La Corte Penale Internazionale ha emesso mandati di arresto. Israele si è ritrovata più isolata diplomaticamente di quanto non fosse mai stata dalla guerra del 1973. E Netanyahu ha ottenuto esattamente ciò che voleva: la guerra continua, il processo è sospeso, lui è ancora al potere.
III. IL PRESIDENTE DEL DEAL
Donald Trump è tornato alla Casa Bianca convinto di poter risolvere il Medio Oriente nel giro di pochi mesi. La stessa sicurezza, la stessa visione transazionale che nel primo mandato aveva prodotto gli Accordi di Abramo — una normalizzazione tra Israele e alcuni Stati del Golfo, celebrata come storica, costruita però ignorando completamente la variabile palestinese, come se la questione più esplosiva della regione potesse essere semplicemente aggirata con un accordo commerciale. L’illusione del deal: che ogni problema abbia un prezzo, e che il prezzo giusto risolva tutto.
Le ragioni del coinvolgimento americano in questo ginepraio sono molteplici e si sovrappongono in modi che rendono difficile qualsiasi analisi lineare. C’è la base elettorale evangelica: i cristiani sionisti americani sono una componente strutturale del voto repubblicano, e per loro Gerusalemme e Israele non sono questioni geopolitiche — sono teologia, escatologia, profezia biblica in attesa di compimento. C’è il network dei legami personali e finanziari, documentato e intrecciato con il mondo degli investitori del Golfo. E c’è l’istinto del negoziatore: Trump crede genuinamente di poter fare ciò che nessun altro presidente ha fatto, di chiudere la partita con la forza della personalità.
Il risultato più clamoroso di questa visione è stato ciò che potremmo chiamare il “board of Gaza”: la proposta di svuotare la Striscia della sua popolazione, trasferire i palestinesi in Egitto e Giordania, e trasformare il territorio in una sorta di riviera mediterranea gestita dagli Stati Uniti. Un’idea talmente lontana da qualsiasi realtà geopolitica, storica e demografica da sembrare uscita da un pitch per un reality show piuttosto che da una riunione del National Security Council. Egitto, Giordania e Arabia Saudita — alleati regionali che Washington considera fondamentali — l’hanno respinta con un’unanimità che ha reso il rifiuto ancora più imbarazzante.
Gli Stati Uniti si trovano oggi in una posizione mediorientale profondamente compromessa: nessuna leva reale su Netanyahu, nessun interlocutore palestinese credibile, nessuna strategia oltre il breve termine. Il fallimento diplomatico è reale — e potrebbe rivelarsi il più costoso in termini di credibilità americana nella regione dagli errori catastrofici del 2003 in Iraq.
IV. LA BUSSOLA ROTTA
Il Medio Oriente non è l’unico teatro in cui la politica estera americana appare senza direzione. Sulla Cina, Trump ha alzato dazi e abbassato dazi in sequenze che hanno disorientato persino i suoi sostenitori industriali. L’obiettivo dichiarato — ridurre il deficit commerciale, riportare la manifattura in America — è politicamente comprensibile. Ma la tattica è così caotica, così soggetta a inversioni improvvise, da produrre esattamente ciò che il mercato teme di più: l’incertezza. E l’incertezza blocca gli investimenti, congela le decisioni, paralizza la pianificazione industriale.
Su Russia e Ucraina, la contraddizione è ancora più profonda. Trump vuole intestarsi un accordo di pace — vuole essere l’uomo che ha fermato la guerra che Biden non riusciva a finire. Ma le condizioni che considera accettabili — cessioni territoriali ucraine, neutralità di Kiev rispetto alla NATO, di fatto una resa parziale a Mosca — sono inaccettabili per l’Europa e per larga parte del Congresso. Nel frattempo, Zelensky è diventato un personaggio scomodo: troppo presente, troppo esigente, incapace o non disposto a recitare la parte della vittima riconoscente. Trump lo tratta con irritazione crescente, come si tratta un cliente difficile che non capisce che l’affare già non è così buono. Ma senza pressione reale su Mosca, Putin non ha alcun incentivo a negoziare davvero. Perché farlo, se il tempo lavora per lui?
Il problema di fondo non è la mancanza di intelligenza o di esperienza nel team di Trump. È strutturale: Trump non ha una grande strategia. Ha tattiche, istinti, e una visione del mondo interamente transazionale in cui ogni relazione è un affare, ogni alleanza è un costo da giustificare, ogni crisi è un’opportunità di negoziato. Questa visione funziona in alcuni contesti limitati. Ma è radicalmente inadeguata per conflitti in cui le variabili sono decine, gli attori non rispondono alla logica del deal, e i tempi sono generazionali, non trimestrali.
V. IL VUOTO AL CENTRO
C’è un filo che collega tutto: il collasso della deterrenza americana come principio ordinatore del sistema internazionale. Per trent’anni — con tutti i loro errori enormi, dall’Iraq all’Afghanistan — gli Stati Uniti hanno comunque fornito un quadro di riferimento, un insieme di regole non scritte che definivano i limiti del possibile. Quello che si poteva fare e quello che non si poteva fare. Quel quadro è oggi vuoto. E il vuoto, in geopolitica, non rimane mai tale a lungo.
L’Iran ne approfitta fino a quando le restano leve da usare. Netanyahu lo usa per sopravvivere. Putin lo testa in Ucraina con la pazienza di chi sa che l’altro lato del tavolo non ha voglia di giocare fino in fondo. La Cina lo osserva con la calma di chi ha tempo: ogni anno di disordine occidentale è un anno in cui il modello alternativo di Pechino appare un po’ più solido, un po’ più credibile agli occhi del Sud globale.
Trump non è la causa di questo collasso. È il suo prodotto più visibile — e insieme il suo acceleratore. Esprime con una franchezza quasi brutale ciò che altri presidenti hanno fatto in modo più velato: trattare il mondo come un mercato, le alleanze come contratti revocabili, i valori come merce di scambio. La differenza è che lui lo dice. E dirlo ad alta voce, in un sistema fondato sulla fiducia e sulla proiezione di potere, è già di per sé un danno strategico difficilmente reversibile.
Alla fine, il quadro che emerge non è quello di un mondo multipolare ordinato — non ancora. È quello di un interregno: un periodo di transizione in cui il vecchio ordine non è più capace di imporsi e il nuovo non è ancora abbastanza forte da affermarsi. In questi interregni, scriveva Gramsci un secolo fa, appaiono i mostri. Nel Medio Oriente di oggi, in Ucraina, nel Mar della Cina meridionale, i mostri si stanno già muovendo. E Washington, per la prima volta in ottant’anni, non sembra sapere bene cosa farsene.